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Excerpt for Life After Living by , available in its entirety at Smashwords

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Life After Living









Max Vos



Nota di copyright


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Editor: Ally Editorial Services

Cover Designer: A. J. Corza

Copyright © 2017 by Max Vos

Tutti i diritti riservati

TUTTI I DIRITTI RISERVATI: Quest'opera letteraria non può essere riprodotta o trasmessa in alcuna forma e in alcun modo, inclusa la riproduzione elettronica o fotografica, nella sua interezza o in parte, senza un permesso scritto. Tutti i personaggi e gli eventi in questo libro sono fittizi. Ogni riferimento a persone reali, vive o morte, è puramente casuale. La Licenza di Materiale Artistico è stata usata solo a fini illustrativi; ogni persona raffigurata nella Licenza di Materiale Artistico, è un modello.

ATTENZIONE

Questo libro contiene materiale che potrebbe risultare offensivo: linguaggio crudo, sesso tra adulti consenzienti.

NOTA DELL'AUTORE:

Grazie per aver acquistato questo titolo. Spero sinceramente che questa lettura possa essere di vostro gradimento ma vorrei chiedervi di ricordare che la vendita dei miei libri rappresenta una vitale fonte di guadagno. Se le mie storie vi piacciono, per favore sentitevi liberi di spargere voce e dirlo ad altri, ma per favore astenetevi dal condividere questo libro in ciascun modo.

Se vedete questo libro o altri da me scritti offerti su siti pirata, per favore fatemelo sapere scrivendo a: max.vos@aol.com

Capitolo uno



Dopo esser stato in bagno, Vance si diresse verso la macchina del caffè. Si fermò un momento, confuso sul perché non ci fosse caffè. Quando finalmente riuscì a schiarirsi le idee, si ricordò che Jeff non era più lì. Era lui, infatti, che preparava sempre la macchina del caffè la sera prima.

«Erano quattro o cinque cucchiaini?». Chiese Vance a voce alta, anche se era l'unica persona presente.

Bonnie, il Border collie bianco e nero, girò la testa da una parte per guardare l'umano che si sforzava tanto per fare una semplice caraffa di caffè.

«Se pensi che sia così facile, fallo tu!», disse Vance guardando in direzione del cane.

Bonnie emise un lamento, si voltò e uscì attraverso la porticina per cani, mentre il padrone riempiva la caffettiera d'acqua.

Il profumo di caffè cominciava a riempire la cucina. Vance, seduto su uno degli sgabelli del tavolo della colazione, guardò fuori dalla finestra oltre il lavandino. Il sorgere del sole era ancora una volta bellissimo. La vista era così familiare che poteva chiudere gli occhi e vedere ancora chiaramente le tonalità violacee sfumare e trasformarsi in un giallo pallido mentre il sole saliva alto nel cielo. Era come se i suoi occhi fossero aperti, da quanto aveva quell’immagine stampata in mente. Era una vista che non lo aveva mai stancato. Solo che adesso ne avrebbe goduto da solo. Jeff non c'era più.

Quando fu pronto il caffè, ne prese una tazza e stette seduto a goderselo per qualche minuto prima di andare nella camera da letto. Attenendosi alla routine.

Calzini, un sospensorio pulito, jeans corti, una t-shirt sbiadita dei Greatful Dead erano l'abbigliamento del giorno. Un salto veloce in bagno per lavarsi i denti ed era pronto per uscire. Si guardò allo specchio. «È quasi il momento di darci un taglio,» disse alla sua immagine riflessa. Fermò la mano a mezz'aria, imitando il gesto di un parrucchiere. Chi mi taglierà i capelli? Prima era Jeff a farlo, ma Jeff... adesso se n'è andato.

«Vance? Dove sei?»

«Sono in bagno, Janice. Sono quasi pronto.» Passò velocemente il pettine tra i capelli, si asciugò la bocca ancora una volta con l'asciugamano, prima di ripiegarlo con cura sul proprio sostegno. Attenendosi alla routine. Guardò ancora verso lo specchio, sospirò, poi si voltò, lasciando la stanza che lui e Jeff avevano con tanta cura progettato e ristrutturato.

«Sei proprio una brava ragazza, Bonnie,» la rassicurò Janice mentre riempiva la ciotola vuota di acciaio inossidabile. «Paparino non ti ha dato da mangiare stamani?»

«L'avrei fatto» disse Vance, entrando nella stanza rumorosamente, con le stringhe degli stivali da lavoro slacciati. «Jeff... di solito se ne occupava lui».

«Vance? Che stai facendo?», gli domandò Janice fissandolo.

Lui alzò lo sguardo dai suoi stivali. «Cosa ti sembra che stia facendo? Mi allaccio gli stivali».

«Tesoro, tuo marito è morto da poco. Sei autorizzato a prenderti un giorno libero, lo sai? Inoltre, non c'è qualcos'altro che puoi fare?».

Vance alzò il viso pallido, cercando di capire cosa gli stesse chiedendo. «Sì, Janice, mi sono già preso cura di tutto. L'ho fatto l'altra notte in ospedale. Jeff diceva sempre che voleva essere cremato e che le sue ceneri fossero sparse attorno alla proprietà. Non voleva un funerale sfarzoso. Ho preso accordi con le pompe funebri per far rispettare in suo volere».

«Solo questo?» chiese Janice, versandosi una tazza di caffè, senza guardarlo.

«Cos'altro c'è da fare? Il vivaio ha ancora bisogno di aiuto e ora ho due cavalli, un asino e dei polli a cui dare da mangiare, e non ho la minima idea di cosa fare là».

«Jeff non ti ha mai detto o insegnato come ci si prende cura degli animali?».

«Mai. Non avevo idea di cosa succedesse all'interno di quel fienile. Quello era il suo regno. Sai com'è fatto...era fatto».

L'anziana donna spinse dietro le orecchie una ciocca di capelli grigi sfuggita alla coda di cavallo. «Anche l'ufficio di Jeff è nel fienile vero?».

«Sì».

«Non pensi che ti potrebbe piacere entrarci?», chiese Janice con esitazione.

Vance si fermò. «Sì, immagino di sì. Ma dovrà aspettare. Adesso, abbiamo quella consegna di più di trecento orchidee da preparare e, finché siamo solo noi due, sarà meglio che ci diamo una mossa».

«C'è un'altra cosa, Vance. Da quando Corey e Brittney sono fuggiti insieme, hai bisogno di qualcuno in più che ti dia una mano. Non possiamo farcela a gestire tutto quanto noi due da soli».

Lui fece un profondo sospiro mentre riempiva la sua tazza di caffè. «Lo so, ma avevo grandi aspettative su Corey, poiché aveva un grande senso per gli affari. Non avrei dovuto assumere Brittney, ma l'ho fatto per fare un favore a Eleanor.»

«Bene, quel che è fatto è fatto», aggiunse Janice, seguendo all'esterno nel sole mattutino il suo giovane capo. «Perché non cerchi l'aiuto che ti serve con un po' di pubblicità?».

«Buona idea. Possiamo buttare giù qualcosa dopo che abbiamo dato l'acqua. Hai i tuoi nipoti oggi?»

«Sì, scusa Vance, è vero. Avrò bisogno di andar via verso l'una.»

«Non ti scusare, Janice. Hai la tua vita. Mi arrangerò.»

«Perché prima non andiamo a vedere gli animali? Insieme forse riusciremo a capirci qualcosa.»

«Grazie, Janice. Ho bisogno di tutto l'aiuto possibile per quanto riguarda quello».

I due camminarono fino al fienile in silenzio, gustandosi i caffè. Bonnie era davanti a loro, conoscendo la strada fin troppo bene. Sentirono il nitrito di Mitters, la mula grigia maculata di cinque anni che subito voltò la testa nella loro direzione.

«Sembra che sia pronta per la colazione», rise Janice. «Non ti piacciono gli animali o c'è dell'altro?»

Quando lanciò un'occhiata in direzione di Vance, vide il suo corpo trasalire.

«Non è che non mi piacciono. È solo che non ho... tempo per loro», spiegò Vance mentre apriva la porta laterale del fienile. Poi azionò le luci e l'aeratore sul soffitto. «La mangiatoria è da quella parte», disse indicando l'ultima porta a sinistra.

«Me lo ricordo. Bene, vediamo con cosa abbiamo a che fare.» Janice provò a mantenere un tono di voce allegro. «È passato qualche anno da quando mi sono presa cura di animali da allevamento, le cose non possono essere cambiate così tanto.»

«Sì, mi sono dimenticato che avevi dei cavalli.» Vance suonò sollevato.

«Li avevo. Li ho amati. Ma con quattro bambini piccoli e un marito che lavora tutto il tempo, non avevo tempo da dedicargli e non era giusto nei loro confronti. Inoltre, anche le spese erano aumentate notevolmente e facevamo fatica ad arrivare a fine mese», rispose Janice alzando le spalle. «Ora che sono in pensione, continuo a non avere molti soldi e ho paura che il mio povero, malandato, vecchio corpo possa non farcela».

Vance aprì la porta della mangiatoia e la tenne aperta. «Non ho idea di cosa sia tutto ciò. Sfortunatamente per te, non ho mai avuto a che fare con tutto questo se non con un cane, ed ero solo un ragazzo».

«Oh, guarda, Jeff ha attaccato al muro le istruzioni su come dare da mangiare agli animali!»

«Grazie a Dio», brontolò Vance.

«Fa’ silenzio Vance, non è così difficile adesso, anche se, onestamente, avrai bisogno di qualcuno che conosca bene i cavalli», disse Janice dandogli una gomitata nelle costole.

«Forse me ne dovrei liberare».

«Pensi che questo sia quello che voleva Jeff?».

«No», rispose Vance a bassa voce.

Janice si spostò alle spalle di quell'uomo massiccio e legò le sue braccia attorno a lui. «Baby, ci sono delle cose che devi aggiustare e non tutte saranno così semplici. Datti tempo prima di prendere qualsiasi decisione importante, ok?»

Vance fece un respiro profondo e, con la testa piegata verso il basso, buttò fuori l'aria lentamente. «Hai ragione. Grazie, Janice».

«Ora, vediamo di fare da mangiare a queste bestioline, poi possiamo pure dar loro una lavata».

Quando Vance si voltò colse nel viso di lei un'espressione preoccupata.

Dopo aver nutrito e lavato i due cavalli e l'asino, Vance e Janice si misero a lavoro per sistemare i polli e raccogliere le uova, con Bonnie sempre vicino.

«Ci abbiamo messo più di quello che pensavo», disse Janice asciugandosi le mani sui jeans corti. «Prendiamoci un'altra tazza di caffè e buttiamo giù quell'annuncio prima di dare l'acqua alle piante. Non è questa la maniera di tenere il passo.»

Tornati a casa, i due sedettero al tavolo della colazione, ciascuno con una nuova tazza di caffè. Vance scovò un classico taccuino giallo a righe e una penna.

«Dove possiamo mettere un annuncio di questo tipo?» chiese all'anziana donna.

«Perché non lo mettiamo sul settimanale Agricoltura e Nutrimento?» rispose con le sopracciglia inarcate. «Per me ha senso. Abbiamo bisogno di qualcuno della zona».

«Sì, buona idea,» annuì Vance. «Ora cosa bisognerebbe scrivere?»

«Dobbiamo essere sicuri che ci sappia fare soprattutto con i cavalli e con il mulo e poi magari chiediamo di un veterinario e anche di un giardiniere. Qualcosa del genere in due righe».

Vance fece sì con la testa e cominciò a scrivere l'annuncio. Non appena furono soddisfatti, lo controllarono ancora.

«Dammi qua, fammi fare una chiamata a Becky Conner per aggiustarlo e pubblicarlo», disse Janice, prendendo il taccuino da Vance. «Voglio vedere se riusciamo ad averlo nel numero di questa settimana, che credo esca domani».

«Ok, prima è meglio, meglio è», sentenziò Vance, dandole il taccuino. «Mentre tu fai quella telefonata, io esco a dare l'acqua alle piante. Se mi vuoi, sono nella serra sul retro».

«Perfetto», lo salutò Janice, mentre già componeva il numero.

Vance attraversò a grandi falcate il cortile diretto alle file di serre che si trovavano al confine della proprietà. I lamenti di Bonnie lo fecero fermare. Si guardò intorno, poi guardò il cane. Lei stava fissando un punto tra lui e la porta sul retro, con la coda tra le gambe. Vance si inginocchiò per tendere la mano verso di lei e tranquillizzarla.

«Pare che siamo rimasti solo noi due, ragazza mia.» le disse grattandola dietro le orecchie. «Immagino passeremo molto tempo insieme. Ci proverò e.... bene, ci proverò, ok?»

Quei dolci occhi marroni che guardavano in alto verso di lui, pieni di fiducia, gli fecero distogliere lo sguardo.

«Andiamo, Bonnie, vieni con me nel vivaio!».

Il cane lo seguì, continuando a gettare uno sguardo in direzione della casa mentre percorrevano la strada per la serra poco distante. Quando Vance guardò dietro di sé, vide che lei lo stava seguendo, il che era già qualcosa.

«Sarà una rottura. Solo una rottura», si lamentò non appena aprì la porta della serra. Bonnie era incerta. «Oh andiamo, piccola, sei la benvenuta.»

Lentamente, entrò nella serra di dimensioni industriali. I grandi aereatori giravano piano, facendo circolare l'aria. Bonnie seguì Vance mentre lui si assicurava che tutti gli irrigatori fossero dove dovevano essere. Quando aprì l'acqua, le bocchette iniziarono a sibilare, facendo saltare il cane per lo spavento. Presto, l'aria fu piena di una tenue pioggerellina.

«Ecco fatto» disse a Bonnie, che inclinava la testa ogni volta che il padrone parlava. «Adesso, un po' di concime alle orchidee e qui abbiamo finito».

«OK, l'annuncio è stato pubb...» Janice si fermò di colpo appena oltre la porta del vivaio. «...pubblicato e uscirà domani.»

«Bene, prima è meglio, meglio è!»

«Mh... a... Bonnie adesso è permesso di entrare nel vivaio?

Vance alzò le spalle. «Vediamo come si comporta.» Si fermò e guardò il cane. «Vuoi occuparti del numero cinque e io passo al numero quattro?» Chiese lui, lasciando il vivaio numero sei, per quello delle orchidee e delle piante pronte per la consegna.

«Oh, ma certo,» rispose Janice, rimasta ancora un po' stupita che Vance avesse portato Bonnie dentro a uno dei suoi preziosi vivai, cosa che prima era severamente vietato.

Lavorarono separatamente per il resto della mattina. Non parlarono finché Janice non dovette andar via. Lei non disse nient'altro se non un arrivederci, ma aveva notato che Bonnie era stata con Vance per tutto il giorno, distogliendo raramente gli occhi da lui.

Vance lavorò senza sosta, parlando di rado, e il più delle volte solo con sé stesso. Con un profondo sospiro, utilizzò un carrello per raggruppare delle scatole di cartone dal magazzino. «Immagino che debba fare oggi tutto il lavoro noioso».

Lanciò uno sguardo al cane, qualche passo più in là, che lo stava guardando attentamente. «Brutta cosa che non puoi darmi una mano. Odio piegare i cartoni delle spedizioni».

Bonnie piegò la testa di lato, con un orecchio alzato.

Lui iniziò a piegare le scatole, accatastandole da una parte. Dopo poco, cominciò a sudare e si tolse la maglietta, gettandola sul banco da lavoro. Andò avanti per buona parte del pomeriggio, fermandosi solo per bere. Fece un salto non appena la porta del vivaio si aprì per le consegne. Fu più che una sorpresa vedere Janice là in piedi.

«Ci avrei scommesso che fossi ancora lì» esclamò lei, entrando. «Hai già messo insieme tutte le scatole?».

«Mh, Janice cosa ci fai qui?» Vance si girò verso la sua amica e impiegata part-time. «Pensavo avessi i tuoi nipoti?»

«Li avevo, e ora non li ho più», disse lei afferrando una delle scatole dal carrello vicino a Vance. «A che punto siamo?» chiese, indicando le file di orchidee.

«Ne ho fatte quasi la metà» rispose Vance, chiudendo e impilando un'altra scatola su un altro carrello. «Non devi farlo per forza, Janice.»

«Non devo fare niente per forza se non morire e pagare le tasse. Sono qui per dare una mano, per cui non dire una parola. E se non ti dessi una mano, a mezzanotte saresti sempre qui.»

Vance rise. «Probabilmente hai ragione. Speriamo solo di aver presto una risposta per quell'annuncio».

Capitolo due



«Pronto, Vivaio Pittman!» rispose Vance al telefono aziendale che portava attaccato alla cintura, guardando velocemente l'orologio. Erano solo le otto del mattino.

«Ciao», rispose la voce la voce allegra di una donna. «Chiamo in riferimento a quell'annuncio di impiego sul giornale».

«Si, okay.» Vance si sedette su uno dei tavoli dei vasi nella vicina serra delle consegne ormai vuota. «Il lavoro è molto semplice. Ho due cavalli, un mulo e qualche gallina che hanno bisogno di qualcuno che se ne occupi. Sei giorni a settimana, ma possiamo metterci d'accordo per cinque. Ho anche...»

«Può offrire ospitalità?»

Vance guardò il telefono prima di rispondere. «Mh, no, non so se può funzionare.»

«Mi faccia spiegare. Mi chiamo Michelle Knight e lavoro per la Veterans Support Operations a Ft. Lauderdale. Ho qui un veterano che sembra perfetto per questo lavoro. L'unica cosa è che... beh, avrebbe bisogno di un posto dove stare, e anche di supervisione, almeno all'inizio», finì lei.

Vance stava zitto. Non sapeva che cosa rispondere.

«Pronto?» La voce della Signora Knight risuonava lievemente attraverso il piccolo altoparlante del telefono.

«Uh, mi scusi, ma non credo di essere nella posizione per...»

«Signor?» La sua domanda voleva una risposta.

«Sparks, Vance Sparks» rispose lui senza pensare. «Vede, Signora Knight, io...»

«Se posso, mi piacerebbe spiegarle cosa facciamo qui alla V.S.O.» Lei non lasciò spazio ad altro prima di continuare. «Noi aiutiamo i veterani di guerra che sono stati dimenticati dall'Amministrazione dei Veterani. Siamo no-profit; e comunque possiamo chiedere, e avere, delle sovvenzioni dalla AV. Quello che facciamo è aiutare i veterani tornati a casa senza un lavoro, che molto spesso non hanno nemmeno un posto da chiamare casa.»

«Tutto questo è molto bello, però...» Vance provò a interromperla, ma lei era determinata.

«Molti di questi poveri uomini e donne spesso soffrono di crisi da stress post-traumatico e hanno bisogno di qualcuno vicino mentre si sottopongono ai trattamenti. Abbiamo qui il Signor Wade Farmer, che penso possa essere una risorsa per i suoi affari e non un semplice impiegato; a lei non costa niente, saremo noi a coprire il suo salario per sei mesi. Entro certi limiti, è ovvio.» Michelle Knight finalmente si fermò.

«Signora Knight...»

«Per favore, mi chiami Michelle.»

«Okay, Michelle, io non sono un dottore e non...»

«È questo il bello del programma, Vance. Posso chiamarti Vance?» Prima che Vance potesse rispondere, lei continuò. «Non spediamo fuori i nostri ragazzi e ragazze senza un solido sistema di supporto. Wade verrebbe visitato da un dottore due volte a settimana finché non si lascia dietro tutto quanto oppure gli episodi si fanno più discontinui, e per l'appunto abbiamo un buon dottore non lontano da dove sei tu. L'unica ragione per cui ci piacerebbe monitorare le supervisioni è a causa della depressione del Signor Farmer. Se lo vedi andar giù o roba di questo genere, quello che devi fare è chiamare noi o il suo dottore. Noi lo verremmo a prendere.»

Vance sentì la donna sorridere attraverso il telefono. Doveva dargliene atto: era un'ottima venditrice.

«Continuo a non essere sicuro che questa possa essere una sistemazione adeguata per... qualcuno nella sua posizione», esitò Vance.

«Vance, quanti dipendenti hai, se posso chiedere?»

«Attualmente ho un dipendente part-time.»

«Per caso questo dipendente part-time ha un passato da criminale o problemi di droga?» Chiese metodicamente lei.

Vance stava per ridere al solo pensiero che Janice potesse essere una criminale o una tossica. «Uh, no. Lei è un'insegnate in pensione ed è anche una nonna.» Rise Vance.

«Vedi? Sarebbe perfetto per Wade. Ti piacerebbe fargli qualche domanda?»

«Michelle, non avrei problemi a fargli delle domande, ma questo non risolverebbe il problema di dove andrebbe a stare o i suoi... bisogni speciali».

«Su questo possiamo lavorarci e vedere se possiamo trovargli una sistemazione adeguata lì vicino». Vance sentì il rumore di fogli. «Quando ti tornerebbe più comodo, Vance?»

«Beh... immagino che ogni momento possa andar bene. Vivo nella proprietà e...»

«Perfetto! Che ne dici di domani per l'una?»

«Certo, dovrebbe andare bene». Vance si arrese, strofinandosi la fronte.

«È stato un vero piacere conoscerti, Vance. Passa una buona giornata. A domani, arrivederci.»

«Arrivederci», rispose lui in modo automatico.

Vance guadò il telefono, scuotendo la testa. Lo attaccò di nuovo alla cintura. Bonnie stava sdraiata vicino alla porta, guardandolo attentamente.

«Ehi, Vance, hai per caso...?» Cominciò a chiedere Janice, ma si fermò non appena vide l'espressione sulla sua faccia. «Qualcosa non va?»

«Ho appena ricevuto una telefonata molto strana» disse scuotendo la testa. «Era in merito all'annuncio.»

«Oh? Qualcosa di buono?» Oltrepassò Bonnie dandole delle piccole carezze sulla testa.

«No, non proprio.» Vance stava già preparando del nuovo terriccio per le orchidee che sarebbero state consegnate quel pomeriggio. «Veniva da un'organizzazione per veterani di guerra appena fuori da Ft. Lauderdale. Vogliono che assuma un povero veterano affetto da crisi da stress post-traumatico.»

«Vance, sembra perfetto. Qual è il problema?»

«Il problema è che, primo, vorrebbero che venisse a vivere qui e, secondo, vorrebbero che fosse tenuto d'occhio e... un avesse un posto dove vivere.» Grugnì leggermente Vance mentre afferrava una grande confezione di terriccio. «Non c'è davvero un posto per lui nella proprietà a parte casa mia, e questo non deve accadere e non sono un baby sitter.»

«Vance?»

«Cosa?» disse aprendo il terriccio e versandolo nel vaso.

«Guardami, Vance,» ordinò dolcemente Janice.

«Cosa, Janice?» rispose Vance a bassa voce, voltandosi a guardare la donna che era quasi una madre per lui.

«Vance Sparks, mi meraviglio di te. Tu, tra tutte le persone, dovresti avere un po' più di compassione.»

«Janice, due persone con crisi da stress post-traumatico non sono una buona idea.» Vance le lanciò uno sguardo di rimprovero, nella speranza così di porre fine al discorso.

«Vance... tu potresti essere un ottimo esempio da seguire per questo pover'uomo.»

«Oh, andiamo, Janice. Questo non è un cucciolo che hai trovato sul ciglio della strada. Questo è un uomo adulto che sta attraversando l'inferno mentre cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita.»

Vance aprì con rabbia un'altra busta, stavolta del muschio particolarmente più scuro, e poi lo aggiunse al vaso, evitando di guardare Janice. Ci sono giorni che sento di poter a malapena badare a me stesso, figuriamoci a un'altra persona. Oltretutto, questo non mi darebbe modo di occuparmi delle questioni domestiche.»

«Di questo non penso ti debba preoccupare». Janice aprì una pila di vasetti di plastica. «Se ricordo bene, l'ufficio di Jeff adesso è un appartamento, vero?»

Vance si bloccò. Si voltò lentamente a guardare Janice. «Cos'hai detto?»

«Ora, Vance, calmati», disse lei facendo un passo verso Vance. «Hai qui un'opportunità che Jeff vorrebbe che tu cogliessi, e questo lo sai. Vuoi per lo meno pensarci?» La sua voce era calma, e aveva uno sguardo deciso.

Vance sospirò e annuì.

«Mi farebbe felice aiutarti a pulire quella stanza. Devi farlo comunque», lo esortò gentilmente.

Le spalle di Vance cedettero. «Sì, e anche presto. Jerry ha già chiamato per dire che vuole venire a prendere tutta quella roba contabile di cui si occupava Jeff. Una cosa in meno a cui pensare.»

«Jerry è un buon uomo e un amico». Janice continuò a stringere il braccio di Vance. «Lui e Jeff erano amici ed erano soci in affari da anni, finché non è andato in pensione. È quello che Jeff avrebbe voluto.»

«Lo so, lo so. Il fatto è che... ogni volta che mi guardo intorno sembra esserci sempre qualcosa di cui si occupava Jeff e che io invece non so fare». Vance alzò lo sguardo, con gli occhi che luccicavano. «Non avevo idea di quanto si desse da fare qui. Mi sento così in colpa. Mi sento come se per tutti questi anni lo avessi usato».

«Oh, Vance, non hai niente di cui sentirti in colpa». Janice lo strinse tra le sue braccia. «Quell'uomo ti amava con ogni fibra del suo essere. Jeff voleva prendersi cura di te. Non penso tu sappia quante volte l'ho sorpreso solo a guardarti lavorare, stare là con quel sorriso da ragazzino stampato in faccia».

Vance sorrise. Sapeva che sorridere faceva bene. Era una di quelle cose che gli dette coraggio e che gli fece accettare di uscire con Jeff la prima volta.

«Sì, sai di cosa sto parlando». Janice fece un grande sorriso, allontanandosi, poggiando le mani sulle spalle di Vance. «Quindi, per nessun motivo, devi pensare di esser stato un peso per Jeff. Intesi?»

«Si, mamma.» Sorrise Vance timidamente.

«Bene». Janice lo abbracciò forte ancora una volta prima di concentrarsi nuovamente sul lavoro che stavano facendo. «Okay, a che punto siamo?»



* * * * *



Janice era quasi pronta per andare quando Bonnie si alzò, con le orecchie tese. Con un mugolio, spinse la porta della serra rimasta aperta e cominciò ad abbaiare e a correre in direzione della casa. Vance stava guardando e tirò un profondo sospiro.

«È lui?» Chiese Janice, infilando i guanti nella tasca posteriore.

«Suppongo di sì» rispose Vance, cercando di evitare il suo sguardo.

«Bene, no?» Janice si spostò in maniera tale che il suo capo e amico dovesse guardarla. «Ci hai pensato?»

«Certo, ci ho pensato» Vance si spostò di fianco a lei e uscì dalla serra.

«E?»

«Non so ancora se può funzionare, Janice.»

Janice lo seguì. «Ma perchè no?»

«Oh, dai, Janice. Pensaci. Ora come ora, sono a malapena capace di tenere insieme me stesso. Sarebbe giusto per questo povero ragazzo, che combatte con i suoi demoni, che gli sbatta in faccia la mia merda? E questo sai che può succedere», disse mentre con passo spedito raggiungeva il vialetto e Janice correva per stargli dietro.

«Oh, vuoi fermarti un minuto Cristo Santo?», ringhiò lei.

Vance si fermò e attese che l'anziana donna lo raggiungesse.

«Voi due potreste essere qualcosa di buono per entrambi. Ci hai mai pensato? Voi due avete molto in comune, potresti essergli d'aiuto, hai già avuto a che fare con tutto questo, e lui potrebbe capire cosa tu stai passando, e questo potrebbe essere qualcosa che vi lega. Questo l'hai considerato?»

Entrambi fecero il giro del fienile. Vance si fermò all'improvviso. Guardò l'uomo, che immaginava dovesse avere all'incirca una ventina d'anni, accarezzava il naso di Jackson, mentre Bonnie saltellava al suo fianco in cerca di attenzioni.

«È fantastico», sussurrò Janice. «Non ho mai visto quel mulo farsi toccare da nessuno, eccetto Jeff».

Vance non rispose, restò a guardare solo l’animale che si spingeva contro la recinzione per farsi accarezzare. Per quanto ne sapeva, Jeff era l'unica persona in grado di avvicinarsi a quella testarda, odiosa creatura.

«E guarda Bonnie», commentò Janice.

Vance ansimò rumorosamente quando l'uomo guardò nella sua direzione, con gli occhi socchiusi. Conosceva quello sguardo tormentato. Uno guardo che gridava panico e disperazione.

«Ciao. Vance?»

Si prese un momento per guardare la piccola donna che gli stava di fronte, con la mano tesa.

«Sono Michelle. Michelle Knight.»

Alla fine Vance afferrò la mano della donna e la strinse vigorosamente.

«È un vero piacere conoscerti,» disse lei tirandola via. «Uno ha sempre voglia di sapere com'è la persona con cui hai parlato per telefono. Non sei d'accordo?» Velocemente spostò la sua attenzione su Janice, stringendole la mano «Piacere, sono Michelle Knight».

«Ciao. Sono Janice Jenkins. Lavoro qui part-time». rispose lei guardando quella donna così energica.

«Piacere di conoscerti» rispose Michelle. «Questo è veramente un bel posto.» Prese un profondo respiro. «Profuma di... terra qui.»

Vance osservava il giovane uomo mentre camminava lentamente nella sua direzione, a testa bassa.

Michelle fece segno con le braccia verso il suo compagno. «Lui è Wade. Wade Farmer.»

Wade tese lentamente una mano verso Vance. Si muoveva con leggeri scatti tanto da sembrare forzato. «Piacere di conoscerti».

Vance sentì l'oscuro panico venirgli incontro mentre prendeva delicatamente la mano del ragazzo con una stretta salda ma incerta.

«Piacere mio», disse Vance senza fiato.

Poi osservò Michelle mentre ripeteva le presentazioni a Janice.

«Adesso, che ne dite di farci un giro? Da dove possiamo cominciare?», chiese Michelle, incuriosita da quel luogo.



Capitolo tre



Vance non fu mai grato a Janice come in quel momento. Non perse mai occasione di nascondere l'incapacità di lui nel proferir parola.

«Perché non cominciamo dal fienile?» Prese la mano di Wade tra le sue. «Sembra che ci sai fare con gli animali. A Jackson, il mulo, non piace mai nessuno, e tu hai saputo prenderlo nel modo giusto».

«Oh, e questa è Bonnie» disse Janice presentando il cane scodinzolante vicino a lei, mentre Wade si piegava per grattarlo dietro le orecchie.

«Sono contenta che avete accettato di incontrarci con così poco preavviso», si lasciò sfuggire Michelle. «Al giorno d'oggi le persone sembrano sempre troppo impegnate, non è vero?»

Vance si sforzò di ammettere di essere d'accordo con quella donna così allegra. «Uh, certo. Nessun problema».

Janice aprì la porta del recinto, dove Jackson stava già aspettando Wade, e aggiunse: «Wow, avete fatto amicizia. Penso di aver visto qualche dolcetto qui nel fienile stamattina. Fammi controllare se gli altri due...»

Ed ecco che i due cavalli arabi cominciarono a scalciare, in cerca di attenzioni. Ruotarono entrambi la testa verso Wade come se gli altri tre umani non ci fossero. Lui tese una mano, con il palmo aperto.

Janice guardò Vance, con uno sguardo perplesso sul viso, poi portò di nuovo l'attenzione verso Wade e i cavalli, i quali si allungavano per raggiungere la mano tesa di Wade: Mitters, la cavalla grigio-maculata si faceva grattare dietro le orecchie, mentre Commander, il castano scuro, gli strofinava il muso nell'altra mano.

«Sono stata in mezzo ai cavalli per tutta la vita, ma non ho mai visto niente, niente di simile a questo». Janice sembrava essere finita in un silenzio sbalordito, come Vance non gli aveva mai visto fare, nell’osservare la confidenza che il ragazzo aveva avuto fin da subito con quegli animali.

«Immagino che non dobbiamo preoccuparci per te se ti lasciamo con le bestiole a quattro zampe qua attorno». Rise lei, ma a Vance suonò un po' forzato.

Wade la guardò e annuì. «Ho sempre avuto degli animali. Sono cresciuto in una fattoria».

«Perché non diamo anche un'occhiata dentro al fienile?» disse Janice facendo strada. «C'è un appartamento dentro. Beh, lo sarà non appena avremo dato una pulita. Adesso viene utilizzato come ufficio».

Vance li seguì nel fienile e non fu affatto stupito quando si accorse che i due cavalli e il mulo erano dietro di lui.

«Da quella parte ci sono la scuderia e la mangiatoria», disse Janice indicando l'altra porta. «C'è un'entrata per l'appartamento qui e anche sull'altro lato del fienile. In ogni caso non c'è bisogno che ogni volta passi nel letame per entrare o uscire».

Aprì la porta dell'ufficio di Jeff, che era esattamente come lui l'aveva lasciato. «Ci vorrà un po' tempo per pulire tutto quanto, ma c'è un bagno, un cucinotto, una piccola zona soggiorno e una specie di camera da letto abbastanza grande, ci tengo a dirlo». Vance era fuori, osservava attraverso la porta. Wade non sembrava affatto interessato mentre Michelle aveva una grande sorriso sulla faccia.

«Potrebbe essere carino.» disse lei lasciando vagare lo sguardo intorno. «È più grande del mio primo appartamento», aggiunge con un risolino.

Janice portò la sua attenzione su Wade. «Hai detto che sei cresciuto in una fattoria?»

«Sì, Signora.»

«E hai anche dimestichezza con le piante?» chiese lei.

«Sì, Signora. Facevamo crescere fragole, ma per la maggior parte, coltivavamo tabacco», rispose lui, con un leggero accento del sud.

Vance notò che Wade di rado guardava negli occhi. Conosceva quell'abitudine fin troppo bene.

«Qui ci concentriamo solamente sulle orchidee, ad esclusione del periodo natalizio, quando produciamo un sacco di Stelle di Natale, molte delle quali vengono spedite a nord». Janice si spostò di fianco così che Michelle potesse continuare l'esplorazione del piccolo appartamento. «Con quelle cominceremo il mese prossimo, non è vero, Vance?»

«Eh, sì». La gola di Vance era bollente e secca. «Forse anche prima.»

«Cosa ne pensi, Wade?» disse Michelle rivolta a lui, guardandolo piena di aspettativa.

«Certo, potrebbe... sì, può andare».

Vance sentì la rassegnazione di quell'uomo mentre Janice, che lo stava studiando attentamente, improvvisamente domandò: «Quando puoi cominciare?»

«Può cominciare immediatamente! Abbiamo portato con noi tutte le sue cose, per sicurezza», gridò Michelle.

«Ehi, ehi, aspetta un minuto!» Vance entrò nell'ex ufficio di suo marito. «Prima dovremmo pulire tutto questo» disse indicando con la mano la roba presente, incluso una grande scrivania e un armadietto pieno di fogli. «E...»

«Sono sicura che a Wade non dispiacerà darci una mano. Nel frattempo, può stare nella stanza degli ospiti finché non abbiamo sistemato tutto, non ci vorrà molto». Janice guardò in cagnesco Vance, sfidandolo a dire anche una sola parola. «Adesso, abbiamo bisogno di qualcuno che si rimbocchi le maniche e si prenda cura degli animali e di una mano nel vivaio. Abbiamo un carico di sementi in arrivo per domani, che hanno bisogno di essere messe nei vasi il più in fretta possibile».

Vance sentì la sua faccia prendere fuoco, ma lo sguardo di Janice lo trattenne dal controbattere.

«Mi spiace molto - per così dire - gettarti in pasto ai lupi, ma abbiamo una grande fortuna che arrivi un carico in magazzino, e dobbiamo sistemarlo in tutte le maniere».

Wade si schiarì la gola. «Bene. Non mi dispiace sporcarmi le mani.»

«Bene, non ci resta che andare a prendere le tue cose», replicò Michelle, chiaramente soddisfatta di aver compiuto la sua missione. Wade alzò le spalle e incrociò gli occhi di Vance un momento prima di lasciare la stanza.

In quella frazione di secondo, compresero che qualcun altro aveva deciso per loro. Era stato fatto un accordo, come un contratto, tra due uomini che non avevano voce in capitolo.

Vance osservò Wade che seguiva Michelle alla macchina. Poi concentrò la sua attenzione su Janice.

«Adesso non prendertela con me» disse lei, con le mani sui fianchi. «Hai bisogno di lui e lui di te. Le cose stanno così, che tu lo voglia oppure no».

Lui guardò l'anziana donna che con una falcata uscì dal piccolo appartamento; la sua lunga, grigia, coda di cavallo ondeggiava in modo selvaggio. Vance fece un profondo sospiro prima di andarle dietro.



* * * * *



«Ho paura che qua dentro ci sia puzzo di chiuso», si scusò Vance dopo aver aperto la porta della camera di riserva. «Questa è la più grande delle due camere per gli ospiti. C'è anche il bagno privato».

«Oddio, ma è straordinario. È bellissimo», disse Michelle, piazzando sul pavimento due buste nere piene di roba. Poi, corse a toccare i pali in mogano del letto a baldacchino a due piazze. «Ho sempre voluto uno di questi».

Janice entrò nella stanza con una scatola di cartone di medie dimensioni. «Jeff aveva un gusto impeccabile», commentò, posando la scatola. «Quell'uomo aveva il miglior senso cromatico che abbia mai visto.»

Michelle si guardò attorno. «Jeff? Ci vive qualcun altro qui?» chiese, con sguardo preoccupato.

«No. Adesso ci sono solo io», aggiunse velocemente Vance. «Il bagno è da questa parte». Aprì la porta e accese la luce. «Vado a prendere degli asciugamani puliti».

Mentre usciva dalla stanza, incontrò nuovamente gli occhi di Wade. Ancora una volta, un solo sguardo riempì il vuoto.

Vance si fermò, una mano sulla maniglia dell'armadio della biancheria. Fece un respiro profondo prima di aprirlo e prendere gli asciugamani puliti. Poi sentì Janice spiegare chi fosse Jaff.

«Oh, questo è molto triste. Povero caro». La voce di Michelle giunse fino a lui nell'ingresso. Vance chiuse gli occhi per un istante, immaginando che un’enorme voragine si aprisse sotto i suoi piedi e lo inghiottisse.

«Devo correre. Probabilmente i miei nipoti mi staranno aspettando davanti alla porta. Torno dopo a controllare, quando mia figlia sarà venuta riprenderli. Vivo proprio in fondo alla via», disse Janice avviandosi verso l’ingresso.

Michelle la seguì. «È stato un piacere conoscerti, Janice. Sono sicura che ci rivedremo presto. Devo controllare come si sono sistemati i nostri inquilini almeno una volta al mese per i prossimi sei mesi».

«Allora ci rivedremo ancora certamente!»

«Anche io devo correre». Michelle tirò fuori un mazzo di chiavi dalla tasca dei jeans. «Non voglio ritrovarmi in mezzo al traffico nell'ora di punta se posso evitarlo. Sei così fortunato a vivere qui in campagna», disse a Vance mentre anche lui percorreva l’ingresso per tornare nella camera degli ospiti con un set di asciugamani. Una volta lì, trovò Wade che stava uscendo e incrociò il suo sguardo. Lasciò la biancheria per il bagno sopra al letto e seguì gli altri in giardino.

«Ricordati di chiamare quel numero sul biglietto che ti ho dato se dovessero esserci problemi, Wade». Michelle poggiò le mani sulle braccia incrociate del ragazzo.

«Sì, signora. Lo farò».

«Oh, quasi dimenticavo,» disse Michelle arrivando alla macchina. «Questo è per te». Passò a Vance una busta ingombrante. «Qui c'è tutta la documentazione che devi riempire, e ci sono anche tutte le informazioni di cui hai bisogno. Di solito la faccio riempire e la controllo prima di lasciare un inquilino, ma posso fidarmi. Fallo e mandamela il prima possibile, per favore.»

Vance prese in mano il pesante pacco. «Uh, certo».

«Ecco qua, ho finito». Michelle strinse Wade a sé. Sussurrò qualcosa al suo orecchio prima di lasciarlo andare, poi fece qualche passo verso Vance. «Adoro gli abbracci», disse mentre apriva le braccia. «Al mondo non ci sono mai abbastanza abbracci, lo dico sempre».

Senza attendere il permesso, la piccola donna incrociò le braccia attorno al padrone di casa. Quando ebbe finito posò le mani sulle sue spalle. «Grazie infinite per tutto questo. Sono certa che voi due vi troverete bene». Strofinò i suoi bicipiti prima di allontanarsi. «Se hai bisogno di me chiama quando vuoi, in qualsiasi momento, il mio numero è qui», disse picchiettando un involucro con la mano.

Non sapendo cos'altro dire, Vance disse solo «Certo, grazie».

«Ci sentiamo. Vi chiamo in settimana. Divertitevi!», replicò lei salendo in macchina.

I due uomini stettero lì a guardare mentre lei svoltava l'angolo della strada. Sparì prima di imboccare la sporca strada sterrata, portandosi dietro una spaventosa nuvola di polvere.

Vance guardò l'ingombrante pacco che teneva in mano, scuotendo le spalle, incerto su cosa fare adesso.

«Hai fame?» Chiese Vance.

«Nah, ci siamo fermati a un fast food.» Wade alzò lo sguardo per poi abbassarlo di nuovo. «Sono pronto a lavorare, se hai bisogno di fare qualcosa.»

«Ne ho sempre. Lasciami portare questo in casa, bere un po' d'acqua, e poi possiamo cominciare.»

Sentiva Wade seguirlo, come Bonnie, in direzione della casa. Posò il pacco di Michelle sul bancone.

«Vuoi un po' d'acqua da portarti dietro?» Chiese Vance mentre l'altro lo raggiungeva alla credenza.

«Uh, sì, certo.»

Vance riempì due enormi bottiglie con acqua e ghiaccio prese dal frigo. Senza dire niente, ne porse una a Wade. Per un attimo rimasero entrambi in un imbarazzante silenzio.

«Credo che dovremmo andare, ora». Vance si riscosse mentre teneva la porta aperta a Wade.

Bonnie corse fuori agitando la coda.



* * * * *



Vance prese la strada in direzione della serra. L'umidità lo colpì in pieno viso non appena aprì la porta. Una volta dentro, azionò l'interruttore, mettendo in moto le grandi ventole per asciugare un po’ l’ambiente.

«Quello che faccio è un mix di terriccio per ciascun tavolo, poi riempio questi vasi a metà», spiegò Vance, tirandone su uno piccolo e nero, con il logo dell’azienda. «Mi piace finire un tavolo e poi spostarmi a quello successivo».

«Okay. Suona abbastanza facile», replicò Wade.

Quando terminarono un tavolo, Vance si spostò attraverso lo stretto passaggio verso quello opposto.

«Ti spiace se mi tolto la maglia?», chiese Wade con esitazione. «Fa abbastanza caldo qua dentro».

«Buona idea». Anche Vance si tolse la maglia, infilandola nella vita dei jeans consumati.

Wade lo seguì a ruota e Vance non poté non notare il fisico muscoloso dell'uomo che gli stava di fronte, con il petto setoso cosparso da un peluria rossastra e la pelle che luccicava di sudore.

«Uso tre confezioni di trucioli di pino organici e due confezioni di composto sbriciolato e li metto via. Poi accenderò il nebulizzatore, così le piante saranno belle umide prima di piantare le radici».

Wade osservò il procedimento, annuendo mentre Vance spiegava.

«Con un po' di fortuna ce la facciamo ad avere tutti i vasi pronti per oggi, così tutto quello che dobbiamo fare domani è sistemarli». Vance spostò in alto lo sguardo quando Wade non rispose. Si fissarono per un momento, Wade distolse lo sguardo prima che Vance continuasse a rigirare la mistura con le mani.

Lavorarono in completo silenzio, alternandosi vaso dopo vaso. Quando arrivarono alla fine del tavolo, entrambi erano bagnati di sudore. Vance tese le braccia oltre la testa, stirandosi la schiena.

«Il prossimo?» Chiese Wade.

Vance annuì. Tirarono fuori altre confezioni di terriccio e muschio, che pesavano circa quaranta chili ciascuna. Ripeterono il procedimento molte volte, senza parlare. Bonnie non li perdeva d'occhio, sdraiata alla fine del tavolo dove stavano lavorando.

«Buon Dio. C'è puzzo di spogliatoio qua dentro».

I due uomini alzarono gli occhi e videro Janice stare lì in piedi.

«Ti avevo detto che sarei tornata», rispose lei alla domanda inespressa di Vance.

«Abbiamo quasi finito», disse lui piegandosi per riempire un altro vaso.

«Lo vedo. Bel lavoro.» disse Janice andando vicino a Wade. «Vedo che sei riuscito a stargli dietro. Non è da tutti, io ancora non ci riesco».

Il ragazzo annuì con la testa mentre continuava a riempire un vaso dopo l'altro.

«Vance, sono quasi le cinque. Perché non ti vesti e vai a preparare qualcosa per cena? Sono sicura che Wade e io riusciremo a finire qua in tempo».

Vance si tolse la polvere dalle mani. «Mh, credo di poterlo fare».

«I cavalli mangiano più tardi?» Chiese Wade, a bassa voce.

«Sicuro, dolcezza», rispose Janice. «Ci occuperemo di loro non appena abbiamo finito. Dopo che abbiamo sistemato tutto, ci spostiamo.»

«Allora vi lascio da soli». Vance tirò fuori la maglia dai jeans e si asciugò la faccia. «Preparo anche per te, Janice?»

«Oh, no, tesoro.» Disse lei riempiendo un vaso. «Ho già cucinato per stasera. Lara Carter dovrebbe venire da me intorno alle sette.»

«Portale i miei saluti», disse Vance uscendo.

«Lo farò, ma tu vuoi darti una mossa?»

Vance sorrise mentre usciva dalla lunga serra.

Bonnie, come sempre, lo seguì.



Capitolo quattro



«Dannazione, mi sono scordato di chiedergli se è allergico a qualcosa o se c'è qualcosa che non gli piace». Vance si rimproverò, aprendo lo sportello superiore del freezer. Bonnie stava sulla porta, e i suoi occhi fissavano ogni movimento del padrone.

«Da quando sono diventato così affascinante?» La guardò in modo severo Vance, non essendo abituato ad essere osservato così da lei.

«Penso che delle bistecche possano andar bene». Vance tolse da freezer due fagotti di carta. Si fermò di fianco alla porta della cucina per togliersi gli stivali, attento a non far cadere la carne ghiacciata e riempì il lavandino d’acqua calda per poter immergere la carne e farla scongelare.

“Mmmm, patate al forno e...», aprì il cassetto della verdura nel frigorifero «Insalata e poi... asparagi.» Si fermò un momento. Aspettava un commento di Jeff, come di routine.

Vance sentì gli occhi inumidirsi. Scuotendo la testa, tirò fuori ciò che gli serviva dal frigorifero. Si appoggiò al bancone per un attimo, la sua mente era annebbiata, non riusciva a concentrarsi su niente se non a respirare, facendo del suo meglio per evitare un'imminente attacco di panico.

«Respira. Dentro... e... fuori.» Inspirò ed espirò, cercando di riprendere il controllo delle sue emozioni. Non aveva idea di quando fosse stato lì finché non sentì Janice.

«Ci vediamo domani, Wade. Hai fatto un ottimo lavoro».

«Grazie, Janice. A domani» rispose Wade, a bassa voce.

Vance si teneva ancora al bancone, le mani avevano i crampi. «Merda», mormorò sottovoce. Guardò l'orologio sopra ai fornelli e vide che erano passati trenta minuti.

Bussarono alla porta sul retro.

«Vieni dentro» disse, mentre tirava fuori il tagliere. Quando alzò lo sguardo, vide Wade togliersi le scarpe prima di entrare.

«Prenditi pure una birra o quello che ti piacere dal frigo. Faccio un salto nella doccia prima di iniziare a cucinare».

«Uh, grazie». Wade si fermò un attimo. «Sono in riabilitazione, non posso prendere niente di alcolico. L'acqua va bene.»

Vance indicò un mobiletto alla parete. «I bicchieri sono là dentro. Sarò pronto tra qualche minuto».

Wade annuì e prese un bicchiere.

In bagno, Vance si tolse i pantaloncini di jeans sporchi e li gettò nella cesta di tela degli abiti da lavoro. Poi fu il turno dei calzini e del sospensorio. Lo tenne in mano, guardandolo. Non riuscì a trattenere a lungo le lacrime, che iniziarono a uscire, a scendere calde sulle sue guance.

Si sentì sprofondare, indietro nel tempo, a quando lui e Jeff si trasferirono in quella casa per la prima volta.

«Dammelo» disse Jeff mentre strappava di mano il sospensorio dalle mani di Vance. Lui lo fissò stupito mentre Jeff portava al naso il supporto sportivo dall'odore forte, e inalando intensamente. «Dannazione, profumi di buono anche dopo una giornata di lavoro.»

«Sei fuori di testa, sei matto da legare, lo sai?» Sorrise Vance.

«Certo, e sai cosa può succedere?» Rise Jeff. «Sarà meglio che vada a farsi quella doccia prima che attenti al suo corpo sexy, signore».

Vance si riprese, spaventato dal naso freddo e umido di Bonnie. Guardò in basso, solo per vedere un confuso ammasso di peli, attraverso la vista offuscata dalle lacrime.

«Cazzo!» esclamò, gettando il sospensorio verso il muro più forte che poteva, facendolo cadere sul pavimento.

Si sforzò di entrare nella doccia, sfregando la sua pelle dura con la spugna di luffa che lui e Jeff avevano coltivato. Cercando di concentrarsi su quello che stava facendo, mormorò: «Non posso farlo adesso». Parlò in modo che solo lui e Bonnie potessero sentire. «Non posso crollare. Non adesso».

Il bagno somigliava a una camera a vapore; dopo essersi sciacquato e asciugato, si sentiva quasi normale. Prese un respiro profondo. «Okay, la cena».

«Va... bene se mi faccio una doccia?» Disse Wade dalla camera degli ospiti.

Lui aveva chiaramente sentito Vance aprire la porta. «Ma certo. Fa come fossi a casa tua». Prese un altro profondo respiro e si diresse in cucina.

«Un po' di musica» mormorò a se stesso mentre accendeva l'impianto digitale collegato direttamente alla casa. Un'idea di Jeff, ovviamente.

Chiuse gli occhi mentre Rachmaninoff suonava attorno a lui. Vance si sentiva rilassare. «Prima le patate».

Sistemò tutto quanto per la cena, canticchiando sulle note di Out of Africa, una delle sue preferite di sempre. Non ci volle molto prima che fosse tutto pronto, a parte le bistecche che pensava di fare alla brace.

«Mmm, c'è qualcosa che posso fare per aiutare?»

Vance si voltò e vide che Wade indossava un paio di pantaloncini da ginnastica e una maglia oversize. In un attimo realizzò che lui, invece, non indossava nient'altro.

«Oh, merda», fece quasi cadere la scodella di insalata. «Scusa, io... io non ci ho pensato, vado a mettere qualcosa».

«Ehi, okay. Non ti preoccupare.» Wade sorrise per la prima volta. «Ci sono abituato. Non puoi stare vicino a un gruppo di soldati se non sei pronto a vedere mucchi di ragazzi nudi».

«Davvero, non affannare. Sto bene». Wade alzò le mani e si sedette su uno degli sgabelli da cucina «Casa tua. Tue le regole».

Vance sospirò mentre posava l'insalata in mezzo a loro due. «Come ti piace la bistecca?»

«Wow, bistecca.» Wade sembrava sorpreso. «Preferisco cottura media, ma comunque piaccia a te a me va bene.»

«Anche a me piace semicotta». Il timer del forno a microonde finì il suo giro. «Spero che le patate al forno, o meglio, al microonde siano buone.»

«Sembra tutto buonissimo».

«Gli asparagi?»

«Mi piacciono.»

Vance annuì. Mise le due bistecche nel forno, accendendo la brace. «Non ci vorrà più di qualche minuto».

Wade non disse niente.

Okay, mi sento stupido. Vado a mettermi qualcosa addosso». Vance si lavò e asciugò le mani.

«Ecco fatto». Wade si tolse la maglia. «Questo ti fa sentire meglio?» Si alzò in piedi e si abbassò i pantaloncini, poggiandoli assieme alla maglia sullo sgabello dove stava seduto.

Vance era sbalordito. Era felice che non potesse vedere sotto al girovita di Wade, poiché la penisola della cucina glielo impediva.

«Bene». Vance era un po' scosso. Non poté trattenersi dal notare ancora una volta quanto fosse definita la parte superiore del corpo di Wade.

In un attimo si voltò indietro verso il mobile e tirò fuori piatti, coltelli e forchette, posandoli sul bancone, poi controllò le bistecche, le voltò e disse: «Un altro minuto, più o meno».

Wade annuì.

«Uh, che tipo di condimento vuoi sull'insalata?»

«Salsa ranch, se ce l'hai».

Vance prese una grande bottiglia di salsa ranch, e la mise accanto all'insalata. Controllò nuovamente le bistecche. «A me sembrano pronte».

Era contento di essere impegnato a comporre i piatti, prima le bistecche, poi le patate e, infine, gli asparagi. «Mangiamo!» commentò mentre posava il piatto di fronte al ragazzo. «Oh, qui ci sono del burro, sale e pepe.»

«Grazie. Ha un buon profumo» disse Wade, senza guardarlo negli occhi.

Vance prese posto sullo sgabello, lasciando tra loro quello dove Wade aveva poggiato i pantaloncini. Mangiarono in silenzio.

Il primo a finire fu Wade. «Lavo io».

«Non sei obbligato a farlo», obbiettò Vance.

«Tu hai cucinato, io pulisco. Questa era sempre la regola in casa mia».

«Oh, ok. Va bene». Questo era anche l'accordo tra lui e Jeff. Certo, era lui che cucinava. Jeff era un completo disastro ai fornelli.

Wade sciacquò i piatti e li mise nella lavastoviglie. Fu velocissimo a lavare anche le altre cose. Vance lo guardava da seduto, ammirando il modo in cui i muscoli di quell'uomo dai capelli rossicci si flettevano e si muovevano.

Mentre lo osservava muoversi nudo nella sua cucina, si rese conto che non gli era passato per la mente nessun pensiero di natura sessuale. Era solo l'ammirazione di un corpo, come una forma d'arte, in un certo senso.

Quando Wade si asciugò le mani ci fu un altro silenzio impacciato.

«Vogliamo vedere un po' di TV?», propose Vance.

«Oh, certo. Ti spiace se prima prendo dell'altra acqua?»

«No, fai pure. Sentiti a casa, per favore. Anzi, scusa.»

«Per cosa?»

«Per non avertelo chiesto. È stato scortese da parte mia.»

Wade si bloccò per un momento. «Andremo avanti per tutta la notte?»

«Con cosa?», Chiese Vance, perplesso.

«Lo sai... essere così rigidi l'uno con l'altro.» Wade si voltò, prendendo la sua acqua.

«Già, scusa. Immagino che... al diavolo i convenevoli, non so nemmeno quello che sto dicendo».

«Okay», sospirò Wade.

«Immagino che dovremmo solo penderla con calma e conoscerci meglio». Vance si spostò alle spalle dell'ex Marine. «Andiamo a rilassarci. Non so te, ma sono un po' stanco. È stata una lunga giornata».

«Lo ammetto, ho le braccia doloranti», disse Wade, sfregandosi il braccio sinistro. «Era una sacco che non facevo un lavoro come quello».

«Molto bene. Riposiamoci e prendiamocela comoda». Vance si avviò in direzione del salotto.

«Buona idea», disse Wade, seguendolo.

Vance rise mentre Wade stendeva la sua maglia sul divano prima di prendere posto.

Si mise seduto e prese il telecomando, accendendo la grande televisione al LED, appesa alla parete.

«Cosa scegli?» chiese, guardando Wade mettersi comodo.



Capitolo cinque



Vance si stropicciò gli occhi prima di aprirli del tutto. La TV era ancora accesa, il volume era basso e una televendita blaterava. Furono le lamentele di Bonnie a svegliarlo. Vide che il Border collie stava fissando un punto oltre la porta, con il pelo ritto.

«Cosa...?» Vance si mise seduto e scostò la coperta. «Cosa stai...?» E poi sentì anche lui qualcosa.

In piedi, si avvicinò alla porta che dava sull'ingresso. Restò in ascolto attentamente, senza riconoscere nessun suono. La aprì lentamente, scivolando nel corridoio buio, dove il rumore si fece più chiaro.

Con cautela, cercò di capire da dove provenisse. Bonnie balzò attorno a lui, sfrecciando nell'ingresso, fermandosi di fronte alla stanza degli ospiti dove dormiva Wade. Guardò il padrone e si lamentò ancora.

Vance sentì quelli che sembravano dei rumori sordi seguiti da pianto. Aprì la porta della camera da letto di Wade, preoccupato che potesse essere in qualche tipo di difficoltà.

La luce era accesa, e il ragazzo stava camminando avanti e indietro, tirandosi dei pugni sul petto. Rumori sordi. «È colpa mia. È colpa mia», mormorava, quasi come una nenia.

A Vance era chiaro che Wade non lo aveva sentito entrare nella stanza. Bonnie stava dietro di lui, in silenzio. Lentamente, Vance si avvicinò all'uomo, notando che i suoi occhi erano serrati, come in pace. Sapeva bene di non dover toccare Wade, che sarebbe stato un errore.

«Wade» chiamò sottovoce, spostandosi di fianco e lasciando che l'uomo gli passasse davanti. Nessuna risposta.

Pronunciò ancora una volta il nome, più deciso di prima: «Wade!».

Wade agitò la testa e continuò. Continuava a colpire il suo petto arrossato e coperto di lividi. «È colpa mia», mormorava.

«Wade. Fermati!» Ordinò Vance, con un tono deciso e pieno di autorità, che risuonò nella stanza.

L'ex Marine si fermò. Scosse la testa come stordito, gli occhi aperti, che però non videro subito Vance. Quando mise a fuoco e riuscì a vedere il suo capo e Bonnie, alcune lacrime cominciarono a scorrergli sul viso.

«Io... io posso spiegare.» La voce di Wade era rauca.

«Non ce n'è bisogno». Vance gli tese una mano. «Prendiamo un po' d'acqua. Facciamo due passi».

Wade unì le mani, a pugni stretti. Guardò prima la mano destra e poi quella sinistra, guardò Vance e annuì, rifiutando però di dargli la mano. Anche Vance annuì, comprendendo il bisogno del ragazzo di non toccare o essere toccato.

Vance si voltò e raggiunse la cucina. Sentiva il leggero rumore dei passi a piedi nudi di Wade che sbattevano sul pavimento di piastrelle. Al seguito dei due uomini, lo zampettare lieve diceva che Bonnie era proprio dietro di loro.

Non accese le luci, solo quella sopra il lavandino. Vance prese due bicchieri, li riempì d'acqua fredda e ne porse uno a Wade, cogliendo proprio il momento nel quale Wade rilassò abbastanza la mano destra per prenderlo.

Nessuno dei due parlò. Vance stava seduto su uno degli sgabelli. In attesa.

I minuti passavano. Bonnie colse l'occasione per uscire, usando lo sportellino per cani. Vance fece un piccolo sorriso, ricordando di quando un giorno Jeff provò a installarlo poiché a lui non era riuscito un granché. Un altro progetto fallito che Jeff dovette aggiustare e portare a termine.

Vance non si mosse mentre Wade alla fine prese posto accanto a lui prima di buttar giù l'intero bicchiere d'acqua. «Mi dispiace moltissimo per averti svegliato».

Vance sentiva la voce di Wade essere piena di dolore. Sapeva che quel povero ragazzo stava soffrendo, e lui, in quel momento specifico, era mortificato perché non capiva come poterlo aiutare.

«Non ti preoccupare. Ci sono passato anch'io», disse Vance mentre beveva metà della sua acqua. Poi guardò in direzione di Wade e notò come fosse ancor più arrossato il suo petto, dove già c'erano i lividi.

Wade notò che il capo lo stava guardando e incrociò le braccia, per provare a nascondere i lividi.

«Ehi, così non funziona». disse Vance con un mezzo sorriso. «Ricordo che anch'io volevo nasconderli».

Vance allungò gli avambracci, mettendoli sotto alla luce. Wade si sporse per vedere una cicatrice segnare la pelle. La fissò per un attimo prima di distogliere lo sguardo.

«Usavo delle sigarette». Lasciò che il braccio poggiasse sul piano in granito. «Beh, sì. So tutto quanto».

«Come...?» Wade cominciò una domanda, senza però finirla.

«Come mi sono fermato?» Vance conosceva la domanda. Lo sentiva. «Jeff mi ha aiutato a fermarmi.»

Wade annuì, concentrandosi sul bicchiere di fronte a lui. «Quanto?»

Stavolta, Vance non capì la domanda. «Quanto ci è voluto?»

«No». I piccoli occhi di Wade guardarono Vance. «Da quanto tempo è morto?»

Fu il turno di Vance a sussultare.

«Scusa. Non volevo impicciarmi».

«È tutto ok.» Vance prese un profondo respiro, espirando lentamente. «Tre giorni fa».

«E non hai...?»

Vance prese un lungo dorso d'acqua. «No, non mi sono ferito. Certo, ho problemi a prendere sonno, ma a parte questo, mi sono controllato.» Guardò il giovane uomo di fianco a lui. «Non è stato facile. Ci ho pensato molto».

«Cosa te l'ha impedito?»

«Ho paura che Jeff possa tornare e tormentarmi se lo faccio. Credimi, non sarebbe carino».

Wade sbuffò. «Posso accettarlo».

Bonnie scelse quel momento per tornare dentro, fermandosi alla ciotola dell'acqua. Le sue leccate riecheggiavano nella tranquilla cucina.

«Rumorosa», commentò Wade, guardandola da sopra le spalle.

«Sì, immagino di sì». Vance prese un altro bicchiere d'acqua. «Non l'avevo mai notato.»

«È il suo cane?»

Vance annuì.

«È molto carino». Wade lasciò andare le mani, facendole annusare a Bonnie, prima che iniziasse ad accarezzargli la testa.

«Lei... sì, credo di sì» Vance studiò il bancone, tracciando con l'indice alcune delle venature di granito.

«Non ti piacciono molto gli animali, vero?» Chiese Wade, accarezzando ancora Bonnie, ma guardando Vance direttamente.

Vance chiuse gli occhi, senza dire niente, solo inspirando intensamente prima di espirare.

«Sono un punto debole?» Chiese Wade a bassa voce.

Vance annuì solamente, con gli occhi ancora chiusi. Che espressione stupida, punto debole. Pensi sempre che voglia dire... qualcos'altro. Non qualcosa che fa finire una persona in una spirale fuori controllo.

Sedevano entrambi, con silenzio attorno a loro. A differenza di prima, non era scomodo, ma un silenzio di comprensione.

Infine, Vance aprì gli occhi e guadò l'orologio digitale del forno a microonde. Con un ampio sospiro, si alzò e raggiunse la macchina del caffè. «Non ha senso tornare a dormire adesso».

«A che ore cominci la mattina?» Chiese Wade, mentre guardava Vance preparare il caffè.

«Più o meno alle sei. Bevi caffè?»

«Sì»

«Latte? Zucchero?»

«No, nero.» Wade si alzò e mise il suo bicchiere nella lavastoviglie, la sua mano sinistra ancora in tensione sfiorò lievemente contro il fondoschiena nudo di Vance. «Scusa».

Vance si irrigidì un po' a quel tocco «Ah, nessun problema».

«Io... vado a vestirmi». Wade si avviò solo per fermarsi qualche passo più in là. «Cosa mi devo mettere?»

«Oh, jeans o pantaloncini. Con quello che ti senti comodo; ricordati, farà caldo nella serra. Assicurati solo di indossare delle scarpe». Vance lo guardò serio. «Quel posto, per qualche ragione, è pieno di formiche rosse quest'anno. Ho bisogno di prendere un po' di quella roba per tenerle sotto controllo».

«Bene». I passi di Wade si udivano appena, prima di scomparire completamente non appena lasciò la cucina.

Vance buttò un occhio fuori dalla finestra. Il cielo aveva cominciato a tingersi. Le sfumature passavano dal porpora, al rosa e infine al blu mentre il sole sorgeva alto nel cielo. Guardò il Muschio Spagnolo dondolare dolcemente, mentre la luce della cucina illuminava i rami bassi della grande quercia.

Aspettò che il caffè fosse quasi pronto prima di versarsene una tazza. Mentre soffiava via il fumo dalla scura superficie, densa di profumo, tentò di prenderne un sorso, anche se incandescente. Fece un lungo respiro, poiché inalare l'aroma di quella miscela speciale lo rendeva felice.

Dopo un altro sorso andò, anche lui, a vestirsi per la giornata, con Bonnie che lo seguiva da vicino.


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