Excerpt for Io sia dannato by , available in its entirety at Smashwords

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Table of Contents

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

L’autrice

Io sia dannato

Marie Sexton



Copyright

Copyright 2017, Marie Sexton


Cover art di Kelly Martin


Traduzione di Karin Arreghini


http://mariesexton.net


Gli ebook non sono trasferibili.


Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere utilizzata o riprodotta in alcuna forma senza il permesso scritto dell’autrice, tranne nel caso di brevi citazioni riportate in articoli e recensioni. La riproduzione non autorizzata o la distribuzione di questo libro coperto da copyright sono illegali.

Nessuna parte di questo libro può essere scannerizzata, caricata o distribuita via Internet né tramite altri mezzi, elettronici o meccanici, senza l’autorizzazione dell’autore.

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non devono essere considerati reali. Ogni somiglianza a persone reali, vive o morte, eventi o località è puramente casuale.


Pubblicato per la prima volta nel giugno 2016 da Samhain Publishing.

Seconda edizione pubblicata da Marie Sexton nel 2017


EBook ISBN: 978-0-9988501-1-5

Dedica



C’era una volta un tempo in cui lavoravo per un gruppo di medici. E non medici qualsiasi, ma specialisti. A volte era un vero Inferno (scusate la battuta), ma ho anche incontrato molti grandi amici, compresa Thalia. Alla fine sia io che Thalia ci siamo lasciate l’ufficio alle spalle e abbiamo trovato lavori molto più creativi e gratificanti: io scrivo romanzi rosa e lei suona la tastiera e canta nei Mama Lenny and the Remedy. Thalia è stata un enorme aiuto per me per i duelli musicali e la tastiera, quindi lo dedico a lei. Grazie, Thalia!




Capitolo 1

Il diavolo scese in Kentucky

Abaddon si aspettava la comunicazione di Satana. Eppure il suo cuore affondò un po’ quando l’addetto alla posta si fermò al suo cubicolo.

«Messaggio speciale del capo in persona,» disse Damien facendo ondeggiare il foglio davanti al naso di Abaddon. «Finalmente qualcuno si è accorto che per mesi non hai reclutato una sola anima.»

Abaddon glielo strappò di mano e si girò dall’altra parte. Damien sperava di ottenere presto una promozione dalla posta all’acquisizione di anime vera e propria, e ovviamente era impaziente di vedere Abaddon fallire. Era avido, subdolo, manipolatore...

Beh, era un diavolo, dopotutto. All’Inferno nessuno è esattamente altruista.

Abaddon aspettò che Damien si spostasse al cubicolo successivo prima di leggere il messaggio.

A: Abaddon #325.63.7924.5

Da: Satana, Principe dell’Oscurità, Figlio della Perdizione, Padre delle Menzogne, etc.

Oggetto: Quota di anime non raggiunta



Siamo venuti a conoscenza che non ha raggiunto la sua quota mensile di anime. Si tratta della sua terza infrazione consecutiva e con la presente viene quindi messo in prova di due settimane.

Qualora dovesse verificarsi di nuovo un mancato adempimento sarà retrocesso e i suoi privilegi di viaggio terrestre saranno immediatamente revocati.



NB: tagli quei capelli

Ovviamente non era firmato, era stato solo timbrato da uno dei tanti segretari di Satana.

«Alla fine è arrivata, eh?»

Abaddon alzò lo sguardo e trovò Baphomet sporto oltre la parete del suo cubicolo. Sospirò sollevato. Baphomet era il suo unico vero amico, o comunque quanto di più vicino ci potesse essere all’Inferno.

«Ho due settimane per rimediare o mi retrocedono.»

«Cosa intendi fare?»

Abaddon alzò le spalle guardando attorno a sé le file e file di cubicoli. Si estendevano a perdita d’occhio. Lì finivano tutti quelli che avevano perso la propria anima per una scommessa o un patto con un diavolo. Non c’erano computer, ma tantissime vecchie macchine da scrivere – sempre con tasti bloccati e nastri consumati – e un flusso infinito di moduli da compilare in triplice copia e archiviare. L’acquisizione di anime comportava una montagna di documenti. E le comunicazioni! Ne arrivavano in continuazione e ognuna sembrava fatta apposta per spazzare via ogni minima gioia che si potesse trovare al lavoro. Niente sigarette. Niente gomme da masticare. Niente piante sulla scrivania. Niente ritagli di giornale sulle pareti. Niente pettegolezzi. Niente chiacchiere amichevoli. Niente risate.

Assolutamente niente divertimento.

Non c’erano pause, né ferie, nemmeno straordinari. E non importava cosa si mettesse nel frigo della sala ristoro, spariva sempre prima di pranzo.

«Cosa vuoi che sia un declassamento?» chiese Abaddon. «Voglio dire, almeno cambierei aria, e poi tengono tutte le cose peggiori per i peccati più orribili, no? Omicidio, stupro, abuso di minori...»

«Non passerai un’eternità ad affogare nel fiume Stige...» Il pensiero di affogare faceva sempre trasalire Abaddon, ma Baphomet proseguì come se nulla fosse. «Ma ci sono comunque un sacco di cose peggiori dell’acquisizione di anime. Asfaltare la zona del Lago di Fuoco, portare pietre fuori dal Grande Abisso, pulire gli escrementi dei Cani dell’Inferno, vendere torce senza batterie nell’Oscurità Totale. E quelli sono solo i lavori degli inferi. Ci sono un sacco di posti anche lassù dove potrebbero mandarti. Tagliare prati in Louisiana ad agosto, pulire camere d’albergo a Las Vegas, svuotare vasi da notte in una struttura di riabilitazione per celebrità a Hollywood. Ci sono le vendite porta a porta, i fast food, le mense, le ditte di pulizie...»

«Va bene, va bene!» Abaddon scoppiò a ridere e alzò una mano per frenare quel fiume di parole. Odiava l’acquisizione ancora più delle scartoffie, ma non era dell’umore per sentire Baphomet assillarlo per due settimane intere. E la revoca dei permessi dei suoi viaggi terrestri sarebbe stata una scocciatura. «Ho capito. Meglio trovare un’anima che rischiare la retrocessione.»

«Visto il guaio in cui ti sei cacciato, ne servirà più di una.»

«Certo, se mi accontento di anime noiose e mediocri. Ma non se trovo qualcosa di straordinario.»

Baphomet scosse la testa. «Sei il peggior diavolo che abbia mai incontrato.»

Ed era vero, principalmente perché ingannare i mortali per le loro anime era terribilmente deprimente. Ma una coscienza tormentata non era qualcosa che un diavolo avrebbe ammesso di avere, quindi Abaddon si limitò a sorridere e replicò: «Ehi, preferisco la qualità alla quantità.» Si abbandonò contro lo schienale e mise i piedi sulla scrivania. Come sempre, era stracolma di posta in entrata. Il vassoio di quella in uscita invece era sempre vuoto, indipendentemente da quanti moduli ci mettesse dentro. «Allora, da dove comincio?»

Quella era la vera domanda. Avrebbe dovuto essere un posto di gente disperata, ma con ancora della fede in un Dio vendicativo in stile Vecchio Testamento. Le periferie erano escluse; quelle poche che ancora credevano in Dio erano orientate verso un dogma più liberale e non importava quanto male ne pensasse la classe media, non avrebbero mai rischiato le loro anime. E alcune valevano più di altre. Le persone già dirette all’Inferno erano inutili. Doveva essere qualcuno più buono che cattivo e con valide ragioni per rifiutare il patto. Certo, potevi scambiare qualche panino per l’anima di un senzatetto, o salvare un bambino in fin di vita in cambio dell’anima della madre, ma quelli erano trucchetti senza valore perfino per Satana. Meglio contare su avidità, orgoglio e gola che sull’amore altruistico o la disperazione di un poveraccio.

«Con gli atleti professionisti non sbagli mai,» suggerì Baphomet.

Abaddon scosse la testa. «Non mi piacciono.»

«Stai scherzando? Sono come patatine al formaggio. Troppo buone per mangiarne una sola.»

«No, grazie.»

«E New York?» Baphomet lanciò un’occhiata in giro per assicurarsi che nessuno li ascoltasse prima di appollaiarsi sul bordo della scrivania di Abaddon. Era rischioso essere troppo amichevoli. Più tardi avrebbero dovuto fingere un violento litigio che i capi potessero facilmente origliare, forse anche tirarsi qualche pugno. Altrimenti uno dei due sarebbe stato trasferito in un cubicolo molto, molto lontano. «È la settimana della moda. Le modelle sono prede facili.»

«Ci saranno già un centinaio di diavoli.» E le modelle erano così noiose, con lo stesso sapore di un’insipida galletta di riso. «E Washington?»

«L’anima di un politico non vale neanche la scocciatura di compilare i moduli. Per di più, le abbiamo già tutte.»

«Tutte tutte?»

«Il novanta per certo dei lobbisti, più ogni membro del Congresso, senatore e presidente dagli anni ‘50.» Baphomet fece spallucce. «A parte Carter.»

«Davvero?»

«Perché pensi che sia durato un solo mandato?»

«Mh.» Abaddon si grattò il mento, pensieroso. «Okay, niente Washington. E Las Vegas?»

«Tu odi il deserto.»

«Dubai?»

«Deserto.»

Abaddon sospirò e levò i piedi dalla scrivania. «Allora immagino sia rimasto soltanto un posto.»

«Sarebbe?»

«La Terra Santa.»

Baphomet sbatté gli occhi, confuso. «Israele?»

«Non quella.»

«Oh, il parco divertimenti. Bella pensata.»

Fu il turno di Abaddon di essere confuso. Avrebbe potuto pensare che Baphomet lo stesse prendendo in giro, ma il suo amico diavolo non aveva un gran senso dell’umorismo. «C’è un parco divertimenti chiamato Terra Santa?»

«Puoi scommetterci. Rievocazioni del Discorso della Montagna e crocifissioni ogni giorno.»

«Roba da matti.»

«È a Orlando.»

«Ovviamente.»

Abaddon scosse la testa e si alzò. «Comunque no, nemmeno Orlando.»

«Allora dove pensi di andare?»

«Dove i soldi scarseggiano e la fede abbonda.» Abaddon colpì la spalla di Baphomet. «Alla Bible Belt, amico mio, dove sennò? Il Midwest credente degli Stati Uniti, la parte più devota ed evangelica.»

Una volta deciso il posto non c’era motivo di perdere altro tempo. Aspettò solo che Baphomet si allontanasse – dopo essersi urlati addosso qualche oscenità, per sicurezza – e poi si immerse nell’abisso fra l’Inferno e il piano dei mortali, vagando verso il sud-est degli Stati Uniti.

Il Mississippi era sempre piacevole, così come la Georgia e certe parti degli Appalachi. Tese i suoi sensi alla ricerca di anime, sfiorandole e assaggiandole in cerca di un sapore particolare. Gli piacevano le anime devote. Nessun unitariano per lui. Avevano a malapena un qualche sapore. Trovava i mormoni un po’ salati e i cattolici troppo amari, ma i battisti del sud erano come una caramella toffee, i metodisti come caramello e per quello che riguardava i pentecostali – oh, quelli erano i suoi preferiti – le loro anime erano come zucchero filato, appiccicose e dolcissime.

I minori non contavano. Le acquisizioni dovevano avvenire nella maggiore età di ogni paese o Stato in cui risiedevano. La giovinezza di solito valeva più della maturità, ma una morte imminente conveniva molto di più di una scommessa a lungo termine. Il diavolo che negli anni ‘50 si era preso Fidel Castro aveva pensato di aver fatto un affarone, ma sei decenni dopo il suo credito non valeva granché.

Il trucco consisteva nel trovare il perfetto equilibrio di innocenza, ingenuità e rovina imminente. Un devoto, morente ventiquattrenne che volesse scambiare la sua anima per rotolare un’ultima volta fra le lenzuola con la ragazza dei suoi sogni? Era il miglior colpo possibile. Il gran premio. Il Santo Graal di un diavolo, per così dire. Un’anima come quella lo avrebbe fatto promuovere a un ufficio d’angolo. Forse anche un comodo appartamento in una periferia dell’Inferno. Certo, era garantito il vicino che tagliava il prato all’alba e l’Associazione dei Proprietari Immobiliari che rompeva le palle, ma era comunque meglio del condominio in cui viveva Abaddon.

Smetti di sognare e concentrati! Prima raggiungi la quota e poi preoccupati delle periferie!

Gli serviva qualcuno di innocente. Qualcuno di puro. Di speciale. Si spinse più lontano con i suoi sensori mentali, strisciò attraverso parcheggi di roulotte, palazzi di uffici e attici. Scivolò nei boschi, sulle colline e giù per le vallate. E poi...

«Porca puttana!»

C’era un’anima in una delle contee più povere del Kentucky. E non un’anima qualsiasi, ma una che brillava come il sole, attirandolo dal piano terrestre come un faro nella notte. Un’anima così pura che ad Abaddon venne l’acquolina in bocca e il suo battito accelerò. Oh, era molto giovane ma maggiorenne, più dolce del miele sulla sua lingua.

Rimase nascosto nell’abisso, ma avvicinò lo sguardo mentale per vedere meglio. Era un ragazzo, solo in un bosco, con un violino. Era semplicemente seduto su un ceppo in una radura e suonava un concerto alla foresta. Forse ventidue anni, con dei jeans e una maglietta bianca, una sciarpa di lana al collo.

Tutto solo nel bosco.

Era quasi troppo perfetto per essere vero.

Abaddon fece un respiro profondo per prepararsi e...

In un batter d’occhio era saltato dall’abisso e si era manifestato in un corpo fisico a solo qualche metro dal ragazzo. Poteva scegliere fra diverse forme, qualunque cosa da un umano a un vero e proprio diavolo terrificante. In quel momento invece aveva scelto di essere visto solo come un uomo appena trentenne. Le corna e la coda avrebbero sempre potuto comparire più tardi, se ne avesse avuto bisogno, anche se trovava che di solito per i mortali era un tantino troppo vederlo subito con quelle.

Il musicista continuava a suonare, ignaro di non essere più solo. Per un momento Abaddon ascoltò soltanto. Era il Concerto per violino n.3 di Mozart e il ragazzo aveva un gran talento. Le sue dita si muovevano senza esitazione. La musica risuonava forte e sincera attraverso la foresta, perfetta come la luce che filtrava attraverso gli alberi.

Abaddon si guardò attorno, cercando di capire da dove venisse il giovane. Erano a molte miglia dalla città più vicina. Non vedeva nessuna macchina, ma la vegetazione era fitta. Era possibile che ci fosse una fattoria o un sentiero a solo un centinaio di metri da lì.

Si concentrò di nuovo sul ragazzo, lasciando che i suoi sensi si allargassero e scivolassero su di lui, assaggiandolo e studiandolo. Il suo battito accelerò di nuovo. Gli formicolavano le dita. Un improvviso calore scaturì dal suo inguine e gli si mozzò il respiro. Era la fame di anime, una senza precedenti. Abaddon non aveva mai provato droghe – non che ricordasse – ma immaginava che quell’eccitazione fosse la stessa che provano alcuni tossici mentre preparano perfette strisce bianche di cocaina. Quella meravigliosa anticipazione, così simile alla libido, doveva essere ciò che i drogati sentivano mentre chinavano il viso sullo specchio. In tutti i suoi anni di acquisizioni, non ne ricordava una che avesse innescato la sua fame come quella.

Fece un solo passo verso la sua preda.

Il ragazzo fece stridere duramente le corde mentre abbassava lo strumento. «Chi è là?» Tuttavia non si guardò attorno. Rimase rigidamente seduto sul tronco, la testa inclinata. Il sole proiettava giochi di luce sui suoi corti capelli neri. «Ehi?»

«Scusami,» disse Abaddon con il cuore che gli batteva forte. «Non volevo disturbarti.»

Il giovane si voltò nella sua direzione, ma i suoi occhi non misero a fuoco. «Ti conosco?»

«No. Ti ho sentito suonare.»

«Oh.» Le spalle del ragazzo si rilassarono e lui sorrise. «Pace e amore a te, fratello. Sei qui per il revival? Non inizierà prima di un paio d’ore.»

Tutto divenne chiaro. Un revival. Ora che non c’era più la musica, Abaddon poteva sentire delle voci chiamarsi l’un l’altra da qualche parte oltre gli alberi. Il suono di martelli e metallo riecheggiava attraverso il bosco insieme al distintivo schiocco di pesanti teli che sventolavano nella brezza. Era una delle tante ragioni per cui amava la Bible Belt.

«Fai parte del revival?»

«Suono nella band.»

«Ovviamente. Hai un gran talento.»

«Grazie.»

«Come ti chiami?»

«Seth. E tu?»

«Abaddon.»

Il ragazzo scoppiò a ridere. «Come no. Ti ha mandato mio fratello?»

Anche in quel momento, mentre parlavano, il giovane non lo stava guardando in faccia. Invece sembrava fissare un punto lontano alla sinistra di Abaddon, che ebbe un’improvvisa ispirazione.

«Sei cieco?»

«Sì.»

«Dalla nascita?»

«No. Il Signore ha deciso di togliermi la vista tre anni fa, il giorno del mio diciannovesimo compleanno.»

Abaddon sorrise. Oh, quanto amava i devoti. «E cos’hai fatto per meritarlo? Masturbazione? Fornicazione?»

«Niente del genere,» Seth nemmeno arrossì. «Non è stata una punizione.»

«Davvero? Pensavo che la cecità fosse uno dei Suoi metodi preferiti per colpire l’infedele e l’immeritevole.»

«Non sempre.»

«Una prova, allora? Come Giobbe?»

«No. Solo un’altra parte del mio cammino nel Suo onore. Farò camminare i ciechi per vie che non conoscono, li guiderò per sentieri sconosciuti; cambierò davanti a loro le tenebre in luce e i luoghi tortuosi in pianura. Queste cose farò per loro e non li abbandonerò.»

«Dio e i Suoi indovinelli. Cosa diamine vorrebbe dire?»

Seth sorrise di nuovo e piegò la testa come un cucciolo giocoso. «Ti chiami davvero Abaddon?»

«Sì.»

«E il loro re era l’angelo dell’abisso il cui nome in ebraico è Abaddon...»

«... e in greco è Apollion.»

«Quindi sei il diavolo?

Era evidente che Seth era ancora convinto si trattasse di uno scherzo, ma Abaddon rispose comunque onestamente. «Sì.»

«E sei qui per la mia anima?»

Il cuore di Abaddon mancò un battito. «Esatto.»

«Ah. Beh, temo non sia in vendita. La mia anima appartiene a Dio.»

Abaddon non aveva mai incontrato Dio, ma aveva l’impressione che non avrebbe apprezzato Seth quanto lui. Di certo un’anima così dolce sarebbe stata sprecata in Paradiso. «Che ne dici allora di uno scambio? Dev’esserci qualcosa che vuoi.»

«No. Dio mi dà tutto ciò di cui ho bisogno.» Seth si alzò e si infilò il violino sotto il braccio. «Spero mi scuserai. Il reverendo si starà chiedendo dove sono finito. Devo...»

«Che ne dici della tua vista? Non vuoi vedere di nuovo?»

Seth si impietrì, il suo sorriso divenne incerto. Si strinse la sciarpa addosso, alzandola ancora un po’ intorno al collo, come se potesse proteggerlo.

Abaddon si agitò, avvicinandosi lentamente nella trepidazione. «Cosa ne dici? La tua anima in cambio della vista?»

La fronte di Seth si corrugò. «Sei molto strano, lo sai. La maggior parte della gente non scherza sulla mia cecità.»

«Non sto scherzando. È un’offerta legittima.»

«Tu sistemerai i miei occhi in cambio della mia anima mortale?»

«Esattamente.»

Seth scosse la testa, sembrando di nuovo più sicuro di sé. «Il Signore mi ridarà la vista quando lo riterrà opportuno.»

«Lo sai per certo?»

«Sì.»

Anche i sensi diabolici di Abaddon percepivano l’assenza di dubbio. Quel ragazzo apparteneva a una razza rara, era un vero credente. Non c’era da stupirsi che gli avesse fatto ribollire il sangue. «Dev’esserci qualcosa che vuoi. Forse le attenzioni di qualche ragazza?»

Seth scosse di nuovo la testa. «No.»

«Fama? Fortuna? Sono tutte cose che posso darti.»

«Non sono interessato, ma grazie, signor Abaddon. Ora devo andare. Pace e amore...»

«Una scommessa, allora?» chiese lui, cercando disperatamente di farlo rimanere. «Una gara.»

Seth si voltò di nuovo verso di lui, interessato. «Che tipo di gara?»

Gli occhi di Abaddon caddero sul violino. «Musicale. Un brano ciascuno. Vince il miglior musicista.»

«Con il violino?»

«Sì.»

Seth stava ancora sorridendo, sempre convinto che fosse un gioco. «E se vinci, avrai la mia anima?»

Non importava che il ragazzo pensasse fosse tutto uno scherzo. Le regole su quel punto erano vaghe, e la fame di anime di Abaddon lo rendeva imprudente. L’anima di Seth era la cosa più invitante che avesse mai assaggiato. Stargli così vicino lo faceva impazzire, come un miraggio d’acqua che provoca un uomo assetato nel deserto. Seth valeva un centinaio di modelle o un migliaio di politici di Washington. Sarebbe bastato a soddisfare la sua quota per mesi. Forse per un anno.

Abaddon doveva averlo, a qualunque costo. «Precisamente.»

«E se vinco io?»

«Ti darò un violino d’oro.»

«U-un cosa?» balbettò Seth ridendo.

«Un violino d’oro. Oppure un altro strumento. Fatto di oro puro.»

«Dici sul serio?»

«Certo che dico sul serio.» Ma la sua risposta fece solo ridere Seth ancora di più e Abaddon si sentì sconcertato per la prima volta dopo anni. «Perché ridi?»

Il divertimento di Seth non si affievolì. «Ah-ha, questa è buona!» boccheggiò senza smettere di ridere. «Un violino d’oro! E a cosa servirebbe?»

«B-beh, non saprei. Non è lo scambio standard in questo tipo di affari?»

Quelle parole fecero ridere Seth ancora di più e Abaddon rimase lì in piedi, sentendosi sciocco come mai prima, finché l’ilarità di Seth finalmente si attenuò.

«Oh cielo, questa è bella,» disse alla fine Seth cercando di riprendere fiato. Si asciugò le lacrime agli occhi ciechi. «Un violino d’oro. E cosa dovrei farci?»

«Non lo so. Potresti suonarlo, o...»

«Stai scherzando. Hai una vaga idea di come funzionano gli strumenti a corda?»

«Beh, io...»

«Un violino è un’opera d’arte, tagliato dal legno vivo e modellato con cura perché la camera abbia una perfetta risonanza. Deve vibrare e amplificare. Un violino d’oro avrebbe un suono terribile. Senza contare che il manico si piegherebbe non appena mi ci appoggiassi. E le corde? Sarebbero sempre d’oro? Perché si romperebbero solo a toccarle con l’archetto. A meno che anche l’archetto non sia d’oro. In quel caso...» E ridacchiò di nuovo al pensiero, Abaddon temette stesse per ricadere in una risata incontrollabile. «Oh cielo, sarebbe davvero uno spettacolo.»

Abaddon non trovava affatto divertente quella situazione. In realtà era un po’ infastidito dalla facilità con cui Seth aveva declinato l’offerta. Avrebbe potuto ricorrere a corna e coda e forse perfino a un dannatissimo forcone, se Seth non fosse stato cieco. «M-ma è il patto! È lo scambio standard...»

«Penso che passerò, signor Abaddon. Grazie comunque. E grazie per la risata. Ne avevo bisogno.»

Si voltò per andarsene e Abaddon cercò un modo per ribattere. Doveva pensare a qualcosa! Seth non voleva lo strumento. Ma non si era opposto alla sfida. Quella era la chiave.

«Cosa allora?» lo richiamò. «Cosa vorresti in palio in una scommessa per la tua anima?»

Seth si girò, il labbro inferiore stretto fra i denti. Abaddon si avvicinò mentre ci pensava, abbastanza vicino da poter sentire una zaffata di quella dolcezza di zucchero filato e miele che gli faceva venire le gambe di gomma. Avrebbe voluto allungare una mano e toccarlo, anche solo per un momento.

«Mi sembra,» rispose infine Seth, «che l’unico scambio equo sarebbe lo stesso premio. Un’anima per un’anima.»

Abaddon esitò. In tutti i suoi anni di lavoro, non aveva mai sentito di un diavolo che scommettesse la propria anima. Dopotutto un diavolo non aveva un’anima da offrire. «Ho perso la mia molto tempo fa. Non posso...»

«Vieni al revival allora. Non chiedo altro. Ascolta mio fratello.»

Poteva davvero essere così facile? «Se vinco io, tu mi cedi la tua anima e, se vinci tu, io vengo alla vostra riunioncina? È questa la tua proposta?»

«Esattamente. Perché io conosco i pensieri che ho per voi, dice l’Eterno, pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e una speranza. Io confido nella tua bontà; il mio cuore gioirà per la tua salvezza.»

Toccò ad Abaddon ridere. «Adesso stai facendo confusione. Quei versi non sono nemmeno nello stesso capitolo.»

Seth sorrise soltanto. «Abbiamo un accordo o no?»

«Oh, sì,» rispose Abaddon, strofinandosi le mani per l’impazienza. «Direi proprio di sì.»

Capitolo 2

Strafatti di Gesù

La sfida non andò come programmato. Di norma Abaddon avrebbe creato il proprio strumento dal nulla. Alla vista di un tale potere le sue vittime avrebbero vacillato. Ma quella volta, prima che Abaddon potesse creare lo strumento, Seth gli tese violino e archetto.

«Immagino tu non ne abbia portato uno con te.»

«Immagini bene.»

Abaddon li prese. L’archetto gli tremava in mano. L’energia del ragazzo permeava il manico e le corde facendogli formicolare le dita. E quando se lo portò al collo e posò il mento nella conca, l’essenza della sua anima lo colpì così profondamente da togliergli l’aria dai polmoni. Per poco non gli cedettero le ginocchia. Strinse i denti, trattenendo un gemito. Era una stranissima sensazione, non proprio piacere e neppure dolore, come un artiglio fatto scorrere in modo seducente lungo la schiena.

«Signor Abaddon?» chiese Seth, una mano tesa come per offrigli aiuto. «Tutto a posto?»

Gli ci volle un notevole sforzo per raddrizzare la schiena e le spalle. «Sì.» Tecnicamente stava bene, ma la sua mente era sconvolta dall’effetto che il ragazzo aveva su di lui. Era infastidito e intrigato allo stesso tempo. Per molti anni, forse decine, non aveva provato nessuna vera eccitazione, ma riconobbe comunque l’improvvisa fitta all’inguine. Non ci sarebbe voluto molto per mandare il sangue verso il basso, e allora i pali del tendone del revival non sarebbero più stati l’unica cosa eretta in quell’angolo sperduto del Kentucky.

Concentrati!

Chiuse gli occhi e fece qualche respiro lento e profondo, calmandosi. Cercando di dimenticare Seth e la sua anima dannatamente perfetta.

E suonò.

Essere un diavolo aveva i suoi vantaggi. Niente agevolazioni mediche né fiscali, ma a tutti i diavoli avevano l’abilità di capire quasi tutte le lingue e di suonare qualunque strumento musicale si trovassero davanti. Nello stile non potevano competere con un vero prodigio, ma Abaddon sapeva di aver suonato abilmente. Di solito, quando arrivava il loro turno, i mortali erano troppo nervosi per suonare e, quando Abaddon abbassò lo strumento, aveva riguadagnato la sua sicurezza.

Ma durò solo un secondo o due. Il calmo sorriso di Seth bastò a farlo ricredere.

«Suoni bene, signor Abaddon.»

«Grazie.» Ma sapeva che la sua era solo cortesia. Seth era costretto dalle sue buone maniere a fargli un complimento, ma il ragazzo non sembrava minimamente spaventato mentre tendeva le mani per lo strumento. Abaddon gli passò il violino facendo attenzione a non toccarlo.

«E puoi smetterla con questa scemenza del signor Abaddon. Il mio nome è solo Abaddon.»

«Come preferisci.»

Si chiese se Seth lo percepisse nel violino come lui aveva percepito il giovane. Ma se anche fosse, non lo diede a vedere. Abaddon non notò nessun allarme o fastidio mentre Seth infilava lo strumento sotto il mento e alzava l’archetto. Nessun segno di nervosismo o agitazione.

«Vuoi che suoni Paganini per te? Dicono che abbia venduto l’anima al diavolo in cambio della sua abilità.»

«In effetti è così.»

«Ho sempre trovato il suo lavoro un po’ discordante, a essere onesto. Personalmente preferisco un suono più classico.» E detto questo Seth chiuse gli occhi e iniziò a suonare.

Davvero, non c’era paragone. Era il primo movimento della Sonata in sol minore di Tartini, meglio conosciuta come il Trillo del Diavolo, ed era l’interpretazione più perfetta che Abaddon avesse mai sentito. Le dita di Seth scivolavano sul manico. L’archetto danzava sulle corde. Tenne gli occhi chiusi mentre suonava e la musica era quasi viva, i suoni così intensi da spezzare il cuore, resi magici dalla sua splendida anima. Abaddon rimase immobile per lo stupore mentre le note lo inondavano, lambendo i suoi sensi sovrannaturali come onde sulla costa. Lo lasciò senza fiato, come se fosse solo a qualche nota dal cadere a terra in lacrime.

Lo lasciò anche senza alcun dubbio su chi fosse il vincitore di quella piccola sfida. L’anima di Seth non era mai stata davvero in pericolo.

Seth però era troppo educato per dichiarare la sua vittoria. Toccò ad Abaddon farlo. Diviso fra amarezza e meraviglia.

«Penso si possa dire che mi hai musicalmente preso a calci nel sedere.»

Seth rise. «Non direi mai una cosa del genere, ma Dio ha voluto benedirmi in questo campo.»

«Non era Dio a suonare quel violino.»

«Invece direi che era proprio Lui. Ha soltanto usato me come Suo strumento.»

«Ti prendi mai il merito di qualcosa?»

«Farlo sarebbe vanità agli occhi del Signore. Ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce...»

«Sì, sì, so come va avanti.» Scosse la testa. «Hai un verso della bibbia per ogni cosa, vero?»

«Nelle sue pagine si trova la risposta a ogni domanda.»

Abaddon alzò gli occhi al cielo. Fu un bene che Seth non potesse vedere la sua espressione divertita. «Se lo dici tu.»

«Allora verrai stasera, come promesso?»

«Lo farò.» Dopotutto un patto era un patto. Era obbligato dalle regole del suo lavoro a seguirle fino in fondo. E guardando Seth, sentì che non era stata una totale disfatta. «Non vedo l’ora di sentirti suonare di nuovo. Magari qualcosa di più allegro.»

«Suonerò qualcosa di divertente, solo per te.» Seth fece un passo avanti, la mano tesa. «È stato un piacere conoscerti, sign... voglio dire, fratello Abaddon.»

Ad Abaddon servì ogni briciolo di autocontrollo per tendere la mano a sua volta e stringere quella di Seth. E poi gliene servì ancora di più per rimanere in piedi. L’elettricità lo percorse come un fremito su per il braccio e lungo il torace, accendendogli nel bacino un fuoco di desiderio. Succhiò l’aria attraverso i denti e ringraziò Dio – sì, ringraziò davvero quel bastardo – per aver reso cieco Seth così che non vedesse l’effetto che aveva su di lui. «Anche per me è stato un piacere,» gracchiò mentre il giovane ritraeva la mano. «Ci vediamo stasera.»

«Pace e amore a te, fratello.»

«Per Satana,» mormorò Abaddon, facendo scorrere fra i capelli la mano tremante. «Come dici tu, ragazzo.»

Il tendone del revival non era il più grande che Abaddon avesse visto, ma non era neanche il più piccolo. Era all’incirca venti metri per venti, a strisce bianche e rosse. Era posizionato in fondo a un lungo campo con ’un enorme cartello sopra l’entrata.

Stasera Revival Arcobaleno

Con il Rev. Thaddeus B. Rawlins Junior

Tutti i Fedeli sono Benvenuti!

Quasi due dozzine di roulotte formavano un semicerchio intorno al tendone, ovviamente dove vivevano gli organizzatori del revival. Al di là Abaddon notò molte vetture e due camion vuoti e silenziosi, pronti per il momento in cui il tutto sarebbe stato smontato e spostato altrove.

Abaddon era stato a più revival di quanti ne riuscisse a contare. Negli anni si era imbattuto in dozzine di sette religiose, ma nessuna era come quella. In molti gruppi del genere le regole imponevano un abbigliamento pudico. Gli uomini dovevano portare camicie a manica lunga, le donne sobrie gonne alla caviglia e non dovevano tagliare mai i capelli. Ma il gruppo di Seth sembrava prendere a cuore l’elemento “arcobaleno” nel suo nome. Gli uomini indossavano pantaloni di velluto a coste, magliette multicolore e occhiali di corno. Le ragazze avevano pettinature rasta e indossavano lunghi abiti sgargianti. Sembravano un gruppo di hippy moderni, ma decisamente casti rispetto a gran parte dei gruppi per “l’amore libero”. Le maglie non erano scollate e ogni gonna arrivava sotto il ginocchio. Erano un miscuglio di estremi opposti: sgargianti, ma conservatori; devoti, ma comunque trendy.

«Chi l’avrebbe mai detto,» mormorò Abaddon fra sé e sé. «Evangelisti hipster.»

La zona che circondava la tenda brulicava di attività. Tutt’intorno c’erano degli uomini che ne controllavano corde e paletti, assicurandoli contro possibili venti improvvisi. Le donne andavano e venivano, portando sedie e gigantesche caraffe di acqua, caffè e tè freddo per lo spettacolo serale. I generatori si accesero e il tendone si riempì di luce, come un’enorme lucciola in mezzo alle formiche. Sembrava che tutti seguissero le indicazioni di un uomo nero, alto e dalle ampie spalle, che indossava un lungo caftano viola con elaborati ricami dorati. La sua voce profonda tuonava sopra il campo.


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