Excerpt for P.O.W. Prigioniero Di Guerra by , available in its entirety at Smashwords

This page may contain adult content. If you are under age 18, or you arrived by accident, please do not read further.





P.O.W

Prigioniero Di Guerra



By


Max Vos

Nota di copyright


L'acquisto non rimborsabile di questo e-book dà diritto a una sola copia legale sul tuo personal computer o dispositivo. Non è possibile rivendere o distribuirne i diritti senza prima il consenso scritto dell'autore di questo libro.

Questo libro non può essere copiato in alcun formato, venduto, o trasferito dal computer e caricato su un programma di condivisione file, in modo gratuito o in prestito, o a pagamento in alcun modo. Questo è illegale e costituisce una violazione dei diritti di copyright.

La distribuzione di questo e-book, totale o in parte, online, offline, in formato cartaceo o con altri mezzi attualmente conosciuti, o che potrebbero essere inventati, è proibita. Se non desiderate avere più questo libro, dovete cancellarlo dal vostro computer.

ATTENZIONE: La riproduzione o distribuzione non autorizzata di questo lavoro coperto da copyright è illegale. La violazione del copyright, inclusa la violazione senza guadagno, costituisce un crimine, è perseguibile dall'F.B.I ed è punibile fino a 5 anni di prigione e una multa di $250,000.

Editor: Elaine Coates

Cover Designer: A.J. Corza

Copyright © 2013 by Max Vos

Traduzione: Deborah Tassari

Tutti i diritti riservati

TUTTI I DIRITTI RISERVATI: Quest'opera letteraria non può essere riprodotta o trasmessa in alcuna forma e in alcun modo, inclusa la riproduzione elettronica o fotografica, nella sua interezza o in parte, senza un permesso scritto. Tutti i personaggi e gli eventi in questo libro sono fittizi. Ogni riferimento a persone reali, vive o morte, è puramente casuale. La Licenza di Materiale Artistico è stata usata solo a fini illustrativi; ogni persona raffigurata nella Licenza di Materiale Artistico, è un modello.

ATTENZIONE

Questo libro contiene materiale che potrebbe risultare offensivo: linguaggio crudo, sesso tra adulti consenzienti.

NOTA DELL'AUTORE:

Grazie per aver acquistato questo titolo. Spero sinceramente che questa lettura possa essere di vostro gradimento ma vorrei chiedervi di ricordare che la vendita dei miei libri rappresenta una vitale fonte di guadagno. Se le mie storie vi piacciono, per favore sentitevi liberi di spargere voce e dirlo ad altri, ma per favore astenetevi dal condividere questo libro in ciascun modo.

Se vedete questo libro o altri da me scritti offerti su siti pirata, per favore fatemelo sapere scrivendo a: max.vos@aol.com

Capitolo 1


«Mayday, Mayday, Black Hammer è stato colpito. Ripeto: Mayday, Black Hammer è stato colpito. Precipitiamo.» La voce di Bucky poteva anche sembrare calma, ma chi lo conosceva bene sapeva che l’uomo era tutt’altro che tranquillo. «Mayday. Mayday. Posizione attuale: latitudine trentatré, longitudine settanta. Ripeto: Mayday. Mayday.» Bucky si sentì soffocare dal fumo che riempiva rapidamente la cabina dell’elicottero.

Samuel J. Stone guardò gli altri cinque membri della sua squadra. «Cazzo,» borbottò, sicuro che non ne sarebbero usciti vivi. «Dopo tutto quello che abbiamo passato, non ho nessuna intenzione di morire sfracellato in questo inferno,» fece a Benoit, il suo migliore amico.

«Vasquez, apri quel cazzo di portellone!» urlò al marine dall’altra parte della cabina.

«Ci sto provando, Stone!» gridò Vasquez di rimando al suo tenente.

Stone aprì lo sportello dalla sua parte, lasciando fuoriuscire dall’elicottero in fiamme una densa nuvola di fumo nero. Lui e il suo compagno, Benoit, guardarono fuori: stavano perdendo quota troppo in fretta.

«Siamo ancora troppo in alto per saltare,» urlò Stone agli altri, era impossibile uscire da quella trappola di fuoco.

«Se solo ci fosse un cazzo di posto dove buttarsi,» ribatté Benoit.

Anche con i due sportelli laterali aperti e il vento freddo dell’inverno che entrava nella cabina, l’acre fumo nero saturava l’abitacolo, facendo bruciare gli occhi e comprimere i petti agli occupanti per la mancanza di aria. Stone aveva in bocca il sapore amaro dell’aria fetida di gomma bruciata e carburante.

Facendo dei segnali con le mani per evitare di gridare, Stone fece segno a Vasquez e agli altri due di gettarsi dallo sportello che avevano appena aperto, mentre lui, Benoit e Saundersen, il loro nuovo commilitone, si sarebbero buttati da quello opposto.

L’assordante rumore del rotore era talmente forte da trapassare le cuffie di protezione per le orecchie, rendendo quasi impossibile parlare. Gli uomini riuscivano a malapena a sentire Bucky nelle cuffie che continuava a lanciare richieste di SOS alla radio.

Stone afferrò Saundersen, il membro più giovane della squadra, tirandolo verso lo sportello aperto, non solo per fargli respirare un po’ di aria fresca, ma anche per essere pronti a saltare, se e quando si sarebbe presentata l’occasione. Saundersen era incastrato tra Benoit e Stone, con le braccia intrecciate all’altezza dei gomiti. Gli altri tre membri del gruppo stavano facendo lo stesso sul lato opposto dell’elicottero in caduta libera. Sapevano che le probabilità di sopravvivere alla granata del lanciarazzi che aveva colpito l’elicottero erano praticamente nulle.

Stone doveva dar credito a Bucky e Puck, il primo ufficiale: stavano tenendo in aria e sotto controllo quell’uccello di metallo, aumentando le possibilità di sopravvivenza dei marine a bordo ogni secondo che passava. Se i due piloti fossero riusciti ad atterrare senza schiantarsi, le probabilità di scendere a terra vivi sarebbero state maggiori.

Guardando in basso, il terreno sotto di loro non prometteva nulla di buono. Stone capì che Bucky non sarebbe riuscito a portare al suolo l’apparecchio, volando tra le due catene montuose, e probabilmente era proprio quella la ragione per cui erano stati colpiti. L’unica alternativa era quella di abbandonare il velivolo prima che toccasse terra, ma anche così non c’era la sicurezza di farcela.

Bucky continuava a urlare coordinate alla radio. L’elicottero da appoggio dietro di loro era sparito e un’operazione di salvataggio su quel terreno non sarebbe stata una cosa facile da organizzare. Prima o poi le pale avrebbero colpito un versante o l’altro della parete rocciosa che li circondava, inghiottendo l’elicottero come una bocca spalancata.

Indicando quello che sembrava un cumulo di neve davanti a loro, Stone fece capire ai suoi due commilitoni che dovevano buttarsi proprio in quella direzione. Sperava solo che fosse davvero un ammasso di neve e non una roccia ricoperta dal leggero pulviscolo bianco. Era una decisione da una frazione di secondo, ma le loro opzioni erano del tutto esaurite. Benoit annuì. Con le braccia ancora intrecciate, i tre marine saltarono.

Piegati e rotola era il mantra che continuava ad attraversare la mente di Stone. Caddero su un cumulo di neve che non era così profondo come avevano sperato. Stone colpì una roccia sotto la neve, sentendo una o due costole spezzarsi. Un dolore lancinante gli esplose dentro mentre rotolava sui cristalli di ghiaccio pungenti che rivestivano la superficie dove la neve non era molto profonda. La terra tremò per l’esplosione dell’elicottero che aveva colpito la parete rocciosa del ripido versante a meno di un centinaio di metri di distanza. La fiammata che gli riscaldò il viso gli disse tutto quello che doveva sapere. Bucky e Puck non ce l’avevano fatta.

Il primo pensiero di Stone fu per Saundersen. Il ragazzo non aveva l’esperienza del resto della squadra, aveva solo diciannove anni, e quella era la sua prima missione in quell’inferno dimenticato da Dio. Benoit, alla sua terza missione, era probabilmente il più esperto, mentre Stone stava finendo la sua seconda. Se non avesse partecipato al corso di formazione Operazioni Speciali a San Diego, sarebbe stato anche lui alla fine della terza missione, proprio come il suo amico.

Quando la sua mente cominciò a schiarirsi sentì un basso gemito e con gli occhi ancora chiusi allungò una mano per tastare il terreno e capire da dove arrivava quel suono. Non trovando nulla, si costrinse ad aprire gli occhi. A circa un metro di distanza vide un ammasso di carne umana, ma dalla posizione in cui giaceva, non riusciva a determinare chi fosse. Strisciando verso la forma immobile, Stone dovette ricacciare indietro la bile che minacciava di salirgli in gola per il dolore accecante che il fianco gli stava causando. In pochi secondi, che a lui sembrarono ore, riuscì a raggiungere il corpo, che si rivelò essere quello di Saundersen.

Stone fece girare il ragazzo il più piano possibile. Aveva un taglio irregolare sulla guancia sinistra, il sangue colorava di rosso la neve candida su cui era caduto. Dal forte gemito di dolore, capì che c’erano delle altre ferite oltre al taglio sul viso.

«Saundersen,» chiamò Stone con voce strozzata, il dolore al fianco sempre più intenso. «Saundersen… Country, mi senti?»

In un lampo i ricordi di quando Saundersen si era unito al loro plotone lo assalirono.


‘Salve’ fu la prima parola che uscì dalla bocca di Saundersen e da quel momento in poi venne soprannominato ‘Country’.

Benoit aveva scosso la testa mentre Vasquez, nativo di New York City, si era rotolato a terra dal ridere, mentre il confuso diciannovenne se ne stava fermo impalato con tutto l’equipaggiamento addosso.

Cercando di mantenere un certo contegno, Stone aveva chiesto al ragazzo: «Da dove vieni…» guardò verso il basso per leggere il nome sui fogli che aveva in mano, «…Saundersen?»

«L.A., Signore!» aveva risposto il pivello con un sorriso sul volto.

«Non è possibile che quell’accento sia californiano.» Benoit aggrottò la fronte.

«L.A. sta per Lower Alabama, Signore!» li aveva informati Saundersen con un risolino quasi infantile.

A quel punto Stone non aveva potuto fare a meno sorridere, mentre il resto della squadra era scoppiato a ridere. «Benvenuto nel team, Saundersen.»

«Country,» aveva annunciato Vasquez, «il tuo nome in codice,» fece continuando a ridere.

Gli altri avevano annuito subito, e da allora Saundersen era diventato ‘Country’.

«Beh, Vasquez, perché non accompagni Country e non lo aiuti a sistemarsi?» aveva detto Stone. «Poi ci incontriamo al poligono a fare un po’ di tiro al bersaglio. Vediamo che tiratore scelto ci hanno mandato.»

Sdraiato a terra, Country si era leccato il pollice, aveva steso un po’ di saliva da davanti al mirino fino alla fine della canna del fucile.

«Perché diavolo l’hai fatto?» aveva chiesto Benoit al ragazzino con un ghigno sul volto.

«È un trucchetto che mi ha insegnato mio padre,» aveva risposto Country «La lucentezza della canna aiuta ad allineare meglio il mirino.»

Aveva preso la mira, trattenuto il respiro, e sospirando aveva rilasciato il colpo.

«Ecco, l’hai mancato,» aveva sbuffato Vasquez scuotendo la testa.

«Magari vuoi andare a controllare per esserne sicuro, prima di parlare,» aveva sogghignato Country Strizzando l’occhio al suo commilitone.

«Vasquez, vai a controllare,» aveva ordinato Stone.

Scuotendo la testa, Vasquez si era avviato verso il bersaglio di carta. A pochi passi di distanza si era fermato e si era voltato indietro. Poi si era avvicinato al bersaglio, aveva recuperato il foglio, ed era ritornato di corsa dal resto della squadra.

«Accidenti, l’ha preso in pieno,» aveva esclamato consegnando il bersaglio a Stone. «Un tiro così pulito che non ha nemmeno strappato la carta, un centro perfetto.»

Il resto della squadra si radunò attorno per osservare il foglio che teneva in mano.

Stone aveva guardato il giovane ancora steso a terra. «Riesci a farlo con regolarità?»

«Sì… più o meno,» aveva sorriso Country. «Diavolo, riesco a colpire un pisello nel suo baccello il novantanove per cento delle volte.»

«Che mi dici dei bersagli mobili?» aveva chiesto Benoit ancora non del tutto convinto.

«Sì, sono abbastanza bravo anche con quelli,» aveva risposto Country. «Sono un asso nella caccia alle quaglie. Sono ancora il detentore del record di prede al mio paese. Non voglio tirarmela ma raramente manco il bersaglio.»

Il resto della squadra si era guardato attorno e aveva sorriso, avevano tra le mani un vero e proprio gioiello.

In seguito avrebbero scoperto che Country era entrato nei Marine quando non aveva ottenuto la borsa di studio per il football, pensando di riuscire così a pagarsi gli studi al college una volta congedato. Stone era certo che quelle università che non avevano accettato il giovane avessero fatto un’idiozia.

Country era uno di quei ragazzi che attiravano l’attenzione della persone. Era allegro, divertente e un po’ goffo, ma non era uno stupido. Il giovane aveva una mente sveglia oltre a una bella massa di muscoli che allenava con religiosa costanza, e che muscoli!

Un giorno, mentre Country stava facendo uno dei suoi allenamenti quotidiani, Stone gli aveva chiesto il perché di quella foga e lui gli aveva risposto: «È per via di un allenatore di football che avevo alle scuole medie. Ci esortava a diventare sempre più forti. Ci sto lavorando da allora.»

Stone non poté far altro che ringraziare Dio per quell’allenatore.

Un giorno della prima settimana di Country in Afghanistan, il giovane stava giocando a touch football con alcuni dei marine del loro plotone e dei ragazzi dell’esercito. Si era tolto la maglietta e Stone si era dovuto imporre di non fissarlo.

Quella notte Country gli si era avvicinato. «Ehi, ehm, Signore?» Il ragazzo aveva un’espressione triste.

«Sì, Country, cosa c’è?» chiese Stone alzando lo sguardo dalla lettera che gli aveva inviato sua madre.

«Io, ehm, devo aver preso un po’ troppo sole,» aveva detto impacciato il giovane. «Potrebbe spalmarmi un po’ di questa roba sulla schiena e sulle spalle?» Country teneva in mano un tubetto di aloe.

Non essendosi ancora abituato al calore del sole di quelle zone, si era procurato una gran brutta scottatura.

«Certo, Country, nessun problema,» aveva risposto, prendendogli la confezione dalla mano.

Stone aveva avuto l’onore di spalmare della lozione anti-scottature sulle spalle larghe e il petto muscoloso del ragazzo. I capezzoli rosa e caldi furono quasi la sua rovina.

Ricordava quel giorno così vividamente, di certo quel ragazzo dell’Alabama non si sarebbe mai immaginato di dover saltare da un elicottero in fiamme sulla parete di una montagna innevata. Si sentiva in qualche modo responsabile per quel dolce ragazzino e quasi gli si spezzò il cuore.

Stone realizzò che Country si era slogato una spalla. Doloroso, certo, ma per fortuna non era in pericolo di vita.

«Country, mordi la manica della giacca,» gli disse e il ragazzo alzò il braccio sano fino a sistemarsi il tessuto saldamente tra i denti. «Farà un male cane, ma devi rimanere il più possibile in silenzio.»

Stone si puntellò con un piede sul fianco del ragazzo, all’altezza del torace, gli prese il polso con entrambe le mani e con uno strattone veloce fece rientrare la spalla nella sua cavità. Country soffocò un grido nella manica, gli occhi serrati. Stone sapeva che era doloroso, ma farlo subito gli avrebbe risparmiato molte più sofferenze in futuro. Dandogli un’altra occhiata, Stone scoprì che il giovane aveva anche una gamba conciata piuttosto male. Era spezzata in almeno un punto, ma forse anche in più di uno.

Fece in modo che Country stesse il più comodo possibile, compito non facile con il vento che frustava il lato della montagna su cui si trovavano. La neve vorticava attorno ai loro corpi, ma non scendeva ancora molto forte… non ancora. Le nuvole non promettevano nulla di buono e minacciavano di scaricarsi su di loro in qualsiasi momento.

«Country, resta fermo e cerca di stare in silenzio.» Stone radunò un po’ di neve intorno al ragazzo per ripararlo dal vento e aiutarlo a conservare il suo calore corporeo. «Devo andare e vedere se riesco a trovare Benoit.»

Stone non osava alzarsi in piedi, non senza sapere se c’erano dei talebani lì intorno alla ricerca di sopravvissuti. Se erano fortunati, magari avrebbero pensato che nessuno si fosse salvato nello schianto e non sarebbero andati a cercarli.

Rimanendo basso, Stone si mosse nel mezzo metro di neve alla ricerca di Benoit. Non ci volle molto per scorgerlo sdraiato nella neve.

Quando lo raggiunse, si accorse che era incosciente. In un altro momento si sarebbe gustato la possibilità di poter mettere le mani sul corpo del commilitone. Controllandolo alla ricerca di lesioni, individuò un grosso bozzo sulla nuca, probabilmente quello che lo aveva messo fuori gioco, ma a parte quello sembrava essere tutto a posto.

Prendendolo per le ascelle lo trascinò fino a dove aveva lasciato Country. Lo sistemò accanto al giovane, in modo che la vicinanza dei loro corpi mantenesse il più possibile il calore che emanavano. Stone lo circondò con un muro di neve come aveva fatto con Country.

«Devo tornare indietro e coprire le mie tracce sulla neve,» sussurrò Stone rauco a Country. «Torno tra un paio di minuti,» grugnì a denti stretti mentre si alzava restando comunque in posizione accovacciata per tornare al punto in cui aveva trovato Benoit.

Scorse il fucile di Benoit quasi nascosto dalla neve proprio dove aveva trovato l’amico. Lo raccolse e usò il calcio per coprire la scia che si era lasciato dietro, sperando ancora una volta che nessuno sarebbe venuto a cercarli. Era sempre meglio prevenire che curare.

Coprì le tracce come meglio riuscì, compito che prosciugò ogni goccia di energia che gli era rimasta. Il dolore fiaccava la sua forza di volontà tanto quanto il freddo vento sferzante. Quando ritornò dai suoi compagni era esausto. Si lasciò cadere accanto a loro e Country gli fece un debole sorriso da sopra Benoit che, ancora incosciente, giaceva tra di loro.

Stone si riposò un paio di minuti prima di coprire di neve anche se stesso, rimanendo il più vicino possibile a Benoit. Sotto la neve, i tre erano stretti uno contro l’altro, Stone sperava fosse sufficiente per impedire loro di morire congelati su quella montagna.

Stone fece un tentativo con la radio ma non ricevette risposta, la cosa non lo sorprese. Con tutte le catene montuose attorno a loro, sapeva che sarebbe stato molto improbabile che potessero sentirlo. L’unica cosa che poteva fare era aspettare e sperare che la squadra di recupero arrivasse il prima possibile.

Né Country né Stone dissero nulla. Stone aveva la sensazione che Country avesse capito che erano in un brutto guaio, ma almeno non sembrava provare tanto dolore come prima. Non aveva messo in dubbio il suo superiore quando li aveva coperti di neve, aveva compreso la necessità di camuffarli e di farli stare al caldo, anche se poteva sembrare non così intuitivo al cittadino medio.

Il sole era scomparso dietro una delle catene montuose, non che ci fosse stata molta luce prima, ma da quando era sparito, la temperatura era scesa drasticamente. Le probabilità di essere recuperati dopo il tramonto erano praticamente nulle e la notte si stava avvicinando rapidamente.

«Sarà una lunga notte,» sussurrò Stone a Country, il corpo di Benoit ancora tra di loro.

Proprio quando Stone era sul punto di prendere sonno, Benoit si mosse e gemette. Stone lo circondò con un braccio avvicinandogli il viso al proprio petto. Per confortarlo ma soprattutto per attutire la sua voce nel caso si fosse messo a gridare. Guardandolo da vicino, Stone vide che stava cominciando a riprendersi.

«Ehi, amico, sono qui,» Stone gli parlò piano all’orecchio, cercando di tranquillizzarlo. «Ti porteremo via il prima possibile, va bene? Devi solo stare giù per qualche ora.»

Stone detestava vedere il suo amico in quelle condizioni. Lui e Benoit ne avevano passate molte negli ultimi due anni, e si erano avvicinati parecchio in quel periodo. Avevano la stessa altezza e corporatura, un paio di chili di differenza, ma tutte le somiglianze finivano lì. Per il resto erano completamente agli antipodi.

Erano così inseparabili che gli altri avevano iniziato a chiamarli Sale e Pepe, non si vedeva mai uno senza l’altro. Benoit aveva i capelli scuri, contro il biondo sabbia di Stone, la carnagione scura, mentre Stone era più pallido. Il corpo di Stone era quasi completamente glabro, Benoit era una palla di pelo con le gambe. Benoit era etero e sposato, Stone era gay e single, cosa di cui la sua squadra era all’oscuro, soprattutto Benoit.

Dominique Jean Benoit era cresciuto nella California meridionale, anche se le radici della sua famiglia risalivano alle paludi della Louisiana. Se qualcuno avesse voluto attaccar briga con lui gli sarebbe bastato chiamarlo con il suo nome di battesimo. Durante gli anni dell’adolescenza era stato preso in giro senza pietà e odiava il nome che la sua famiglia aveva scelto per lui. Da quello che aveva detto al suo migliore amico, solo sua madre poteva permettersi di chiamarlo Dominique, per suo padre e i suoi fratelli era Dom, ma per Benoit quel diminutivo era fin troppo insopportabile. Stone sospettava che i motivi per cui Benoit era entrato nei Marine fossero il bullismo e le costanti canzonature che aveva dovuto sopportare da ragazzo. Aveva bisogno di dimostrare che era un vero duro.

Stone guardò il suo amico sentendo la vibrazione di un altro gemito contro il suo petto. Lo abbracciò più stretto. Benoit si portò una mano alla nuca per tastare il grosso bernoccolo che Stone aveva trovato in precedenza. Benoit si tirò indietro, guardando Stone con una smorfia sul volto.

«Da quanto sono svenuto?»

«Non da molto,» rispose Stone mantenendo la voce bassa. «Stai calmo. Scommetto che hai un gran mal di testa.»

«Cazzo se hai ragione,» gemette, chiudendo gli occhi per un attimo. «Come sta il ragazzo?» Tenne la voce bassa in modo che solo Stone lo potesse sentire.

«Non è messo bene,» rispose Stone parlandogli nell’orecchio, perdendosi nel suo odore maschio. «Ha una spalla lussata e una gamba conciata piuttosto male.»

Benoit rivolse lo sguardo al cielo. «Non credo verranno a prenderci molto presto.»

«Già, dovremo tener duro, almeno per questa notte.» Stone lo teneva stretto al petto, assaporando il contatto.

«E gli altri?» chiese Benoit.

«Non lo so. Non ho sentito nulla, ma probabilmente stanno facendo quello che stiamo facendo noi, sdraiati da qualche parte. Se sono sopravvissuti.» Stone s’irrigidì, non poteva crederci, ma si stava eccitando, con Benoit così vicino a lui. Ma dai? Ma proprio adesso? Pensò tra sé e sé. Lo strizzacervelli del corso di formazione delle forze speciali aveva spiegato che era una cosa normale, da attribuirsi a un istinto primordiale di sopravvivenza. Qualcosa sull’autoconservazione o una stronzata del genere. Per Stone quello poteva esserne un ottimo esempio. Non c’era nessun altro motivo perché potesse essere così eccitato proprio in un momento come quello.

«Nessun segno di Talebani?» chiese Benoit, interrogandolo con quei suoi occhi marrone scuro oltre che con la voce.

«No, ma non vuol dire che non ce ne siano qua attorno. Non ho sentito nulla, ma con tutto questo vento, è molto difficile,» rispose Stone.

«Perché non provi a dormire un po’?» suggerì Benoit, senza allontanarsi dal calore di Stone. «Terrò io gli occhi aperti.»

«Va bene. Poi dovrai riposarti anche tu e resterò io di guardia» Stone allungò lo sguardo e vide che Country stava sonnecchiando, muovendo la testa su e giù. «Tieni d’occhio il ragazzino. Non è messo bene. Potrebbe andare in stato di shock.»

«Certo, ci penso io,» rispose Benoit, guardando Country da sopra la sua spalla.

Stone scivolò nel sonno, con l’uomo che amava in segreto ancora tra le sue braccia.


Capitolo 2


Stone si svegliò di soprassalto sentendo della neve fredda in faccia. «Che cazzo?»

Spalancò gli occhi alla vista di cinque - no, sei uomini - quattro gli puntavano un’arma addosso: Talebani. Gli altri due, uno più vecchio e uno più giovane, forse dell’età di Stone, discutevano in disparte. Il più giovane era visibilmente alterato, il più anziano invece manteneva la calma. L’unica cosa che i tre americani potevano fare era rimanere immobili, aspettare, e vedere quello che sarebbe successo.

Quando i due finirono di discutere, era evidente che quello arrabbiato aveva dovuto arrendersi alle ragioni del più vecchio, uno degli uomini con la pistola puntata sui tre marine fece loro cenno di alzarsi. Benoit e Stone si mossero lentamente, e si apprestarono ad aiutare Country ad alzarsi.

“Il giovane testa calda esplose di nuovo, si voltò e si allontanò, irritato con quello che evidentemente doveva essere il comandante del gruppetto. Il più vecchio annuì. Due degli uomini spinsero Benoit e Stone verso il piccolo sentiero che il giovane aveva appena imboccato. Stone cercò di aiutare Country a reggersi in piedi e a camminare, ma uno degli scagnozzi lo spinse lontano dal ragazzo con la canna del fucile.

L’uomo arrabbiato tornò indietro, raggiunse Country e, con un ghigno sinistro sul viso, tirò fuori una pistola. Gliela puntò alla fronte e sparò.

«No!» Urlò Stone alla luce del primo mattino, il suono riecheggiò sulle rocce mentre Country si accasciava a terra con gli occhi ancora aperti, e uno sguardo sorpreso congelato sul volto.

Stone scattò in avanti verso l’amico, ma due uomini lo trattennero. Non avrebbe mai potuto dimenticare lo sguardo stupito sul volto cinereo di Saundersen, gli occhi spalancati, la bocca aperta in una grande ‘O’ mentre cercava di rimanere in piedi sull’unica gamba sana. Gli si spezzò il cuore nel vederlo cadere a terra in mezzo alla neve, gli occhi ancora aperti, un buco nella sua bella testa e un piccolo rivolo di sangue che gli colava sul volto.

«Oh, Dio, no,» singhiozzò Stone, conscio che una luce scintillante nell’universo si era appena spenta. Una luce che aveva appena iniziato a brillare era ormai andata per sempre. La morte del giovane era un tale spreco.

Stone fu spinto di nuovo verso il sentiero; l’uomo che aveva ucciso Country solo pochi istanti prima stava urlando, indicando che dovevano muoversi lungo la stretta mulattiera. Con la pistola colpì alla schiena Stone che non ebbe altra scelta che seguire Benoit e gli altri due uomini, uno dei quali teneva un’arma puntata sul suo compagno.

Quando raggiunsero una piccola radura, il gruppo si fermò. Legarono loro le mani dietro la schiena e poi continuarono ad arrancare lungo il viottolo roccioso. I due facevano fatica a camminare con le mani legate, e a volte perdevano l’equilibrio. Anche se il sole era ancora nascosto dietro una delle creste rocciose, e il vento era ancora una tormenta che congelava le ossa ai due marine, quando arrivarono ai piedi della montagna, era quasi l'alba.

Per tutto il cammino Stone non riuscì a fare a meno di pensare a come aveva potuto venir meno ai suoi impegni nei confronti di Country, a come non fosse riuscito a tenerlo al sicuro. Forse se avesse cercato di portarlo fuori dalle montagne sarebbe ancora vivo, e il suo futuro sarebbe stato ancora luminoso. Le lacrime che gli rigavano il viso erano gelate, ma ormai la pelle era talmente insensibile che non le sentiva nemmeno. Come ho potuto permettere che tutto questo accadesse?

Qualche ora dopo, raggiunsero una radura alla base delle due catene montuose, Stone e Benoit videro che c’erano due grandi camion ad aspettarli, i cassoni aperti e scoperti, con delle panche sui lati interni. Dopo aver fatto sedere i due americani uno di fronte all’altro, i rapitori li imbavagliarono e infilarono loro in testa dei sacchi di stoffa, legandoli saldamente intorno al collo.

I talebani chiacchieravano tra loro nella loro lingua madre, incomprensibile ai prigionieri che rimasero in silenzio. In situazioni come quella erano stati addestrati a non dire una parola.

Ai due fu impossibile capire quanto lontano o per quanto tempo stessero viaggiando, o in che direzione, e francamente a Stone non importava. L’unica nota positiva era che Benoit non poteva vederlo piangere, e Stone non poteva vedere la delusione che di sicuro avrebbe letto sul volto dell’amico. Stone avrebbe potuto sopportare tutto, ma non il disappunto del suo migliore amico nei suoi confronti.

Quando il camion si fermò, Stone aveva perso la sensibilità del suo corpo. Che fosse per il freddo, per il senso di colpa per Country, per la stanchezza, o per tutte quelle ragioni messe insieme, non ne era sicuro, e in quel particolare momento non gli interessava. Non gli importò fino a quando non sentì Benoit grugnire di dolore e maledire qualcuno attraverso lo straccio sporco che gli faceva da bavaglio. Stone fu riportato al presente, fuori dal suo stato di commiserazione auto-indotta.

Qualunque cosa sarebbe successa da lì in poi, l’obiettivo principale di Stone divenne quello di riuscire a far uscire Benoit da quel pasticcio e riportarlo alla sua famiglia, a qualsiasi costo. Aveva ricevuto una formazione completa per affrontare situazioni del genere, e pescando nei suoi ricordi, iniziò a ripassare tutto quello che gli era stato insegnato.

Stone si sentì prendere per le braccia in maniera brusca e fu portato dentro un edificio. Il calore lo colpì all’improvviso e subito divenne consapevole di quanto tremendo fosse il freddo. Il suo corpo iniziò a tremare in modo incontrollabile, i denti battevano con forza contro il bavaglio, i muscoli della mascella rigidi e doloranti.

Senza preavviso fu sbattuto con la faccia contro un muro. Il cappio al collo venne sciolto, e gli fu tolto il cappuccio. Venne spinto duramente contro la parete ruvida che gli grattò la guancia. Gli puntarono alla nuca quella che doveva di certo essere la canna di una pistola, e qualcuno parlò in arabo. Pochi istanti dopo, gli tolsero i legacci ai polsi, e sentì le mani formicolare per l’improvviso afflusso di sangue, un’ulteriore prova di quanto freddo facesse.

La luce era fioca in quel corridoio stretto, e senza finestre. La pistola ancora premuta alla nuca. Il suo corpo percorso dai brividi lo tradiva mostrando la sua debolezza, la guancia screpolata contro la ruvida parete, la pelle che si scorticava.

Sempre premuto contro il muro fu spogliato, e il freddo gli penetrò ancora una volta al centro del suo essere. Fu bruscamente spinto lungo il pavimento sporco del corridoio, e portato in una specie di cortile. La neve scendeva leggera e il gelo sferzava il suo corpo nudo, come aghi sulla pelle esposta. Fu solo quando vide altri tre talebani, in piedi che lo attendevano, che cominciò a provare un brutto presentimento alla bocca dello stomaco.

Lo legarono a un telaio che ricordava quello di un’altalena che aveva avuto da bambino. Una fitta di dolore lo colpì alla testa quando gli alzarono le braccia, tirandogli le costole fratturate. Sentì un dolore lancinante quando le sue gambe tese vennero legate alla base del telaio. Nudo, legato a braccia e gambe divaricate, tremava per il freddo. Non c’era traccia di Benoit in giro.

Un ragazzino tutto pelle e ossa, di non più di diciotto anni, si avvicinò lentamente al corpo nudo ed esposto di Stone con un sorriso maligno in volto. Raccolse un secchio, e gettò dell’acqua in faccia al marine. L’acqua era gelida, e dopo lo shock iniziale, l’aria fredda fece rabbrividire in maniera incontrollata il corpo bagnato di Stone. Con muscoli della mascella in preda ai crampi morse forte il bavaglio sporco che gli impediva di battere i denti.

Il ragazzo gli gettò addosso secchiate d’acqua a più riprese, aspettando tra un getto e l’altro che Stone ne sentisse tutti gli effetti. Il militare avvertì il calo della temperatura del suo corpo a ogni doccia fredda. I suoi capezzoli erano così tesi e duri che avrebbe potuto tagliare un diamante. Il male per le costole rotte era diventato un dolore sordo, e riconobbe la sensazione del corpo che iniziava ad andare in ipotermia.

Gli altri uomini incitavano il ragazzo ogni volta che torturava l’americano, aizzandosi a vicenda come un branco di cani selvatici. Quando Stone fu sul punto di svenire, gli fu assestato un pugno secco in pieno stomaco, facendolo urlare per il dolore, e destandolo di colpo. Quel tormento andò avanti senza sosta.

Stone sentì infiammarsi il sangue quando i due uomini che avevano discusso sulla montagna, uno dei quali aveva ucciso Country, entrarono nel cortile. Avrebbe voluto mettere le mani su quell’animale, desiderava strappargli arto per arto a mani nude. Sapeva che avrebbe potuto farlo facilmente, anche nella sua condizione attuale.

L’uomo più calmo e più anziano guardò Stone di sfuggita, senza alcun interesse, mentre l’altro, l’assassino, sembrava piuttosto compiaciuto della situazione in cui versava il marine. Stone odiava il fatto che il suo corpo non rispondesse ai comandi della sua mente, mostrando quanto freddo stava veramente patendo. Tremava incessantemente e non riusciva a fermarsi. Eppure, bruciava d’odio per quello che il bastardo omicida aveva fatto a Country.

Parlando in arabo, l’assassino disse qualcosa al giovane che aveva gettato secchiate su secchiate di acqua gelida sul prigioniero. Il ragazzo si allontanò dal cortile, e gli altri due continuarono a discutere tra di loro mentre Stone rimaneva appeso impotente e in preda ai brividi. Ogni tanto il bastardo lanciava a Stone uno sguardo sorridente e molto soddisfatto di se stesso.

Il giovane che si era allontanato pochi istanti prima ritornò correndo nel cortile, parlando concitatamente, prima di zittirsi. Sembravano stessero aspettando qualcuno. Stone non dovette attendere molto per scoprire cosa stessero attendendo tutti, o chi, come capì in seguito.

Un uomo uscì nel cortile a passo lento. Si distingueva dagli altri perché era rasato, ad eccezione di un paio di baffi ben curati, e indossava abiti occidentali. Sembrava della stessa altezza e costituzione di Stone, e per qualche strana ragione, gli ricordava Benoit, che non aveva più visto da quando erano arrivati.

Quando il nuovo arrivato guardò il prigioniero, Stone rimase fortemente colpito. L’uomo aveva gli occhi di un blu elettrico, che sulla sua carnagione scura da arabo sembravano più blu di quello che erano in realtà. Come se non bastasse, la lancetta del gaydar di Stone entrò subito in funzione fino a raggiungere lo spicchio rosso della scala graduata. Quel bellissimo uomo arabo era gay.

Parlò piano e con calma con i due comandanti, le spalle rivolte verso Stone che colse l’occasione per studiarlo senza essere visto. Aveva le spalle larghe, ed era in ottima forma. I pantaloni che indossava sembravano essere stati cuciti su misura. Il tessuto non era sufficiente a nascondere il sedere sodo e le gambe muscolose.

Girandosi, il nuovo venuto, puntò gli occhi su Stone, e subito ebbe luogo quel dialogo segreto che sembrava avvenire sempre tra omosessuali, quando si rendevano conto di far parte di una confraternita molto speciale. Per la prima volta, Stone divenne intensamente consapevole di quanto fosse esposto e nudo. Fino a quel momento non se n’era affatto curato, ma in quell’istante percepì tutta la sua nudità.

I loro occhi non ruppero il contatto visivo mentre il nuovo arrivato si avvicinò a Stone. Si fermò proprio di fronte a lui, gli occhi ancora fissi gli uni negli altri.

«Vogliono sapere qual era la vostra missione.» Era abbastanza vicino perché Stone ne sentisse il respiro caldo sulla pelle, facendogli venire la pelle d’oca. Stone riconobbe subito un corretto accento britannico. Questo spiega l’abbigliamento occidentale, pensò.

Stone non poteva rispondere con il bavaglio sulla bocca.

Capito il suo errore, l’uomo allungò le mani dietro la testa dell’americano per sciogliere il pezzo di stoffa sporco, liberandogli la bocca. La sua pelle calda, quasi carezzevole, lo sfiorò quando gli fece scivolare via lo straccio da attorno alla testa. Il bavaglio gli aveva seccato la bocca ed emise un suono gracchiante, invece di rispondere.

«Acqua,» chiese l’arabo da sopra la spalla. La sua voce era profonda e autorevole; gli occhi non si erano mai allontanati da quelli di Stone.

Doveva essere qualcuno di una certa importanza, perché il suo ordine fu eseguito immediatamente. Il giovane che era andato a chiamarlo, arrivò con un secchio d’acqua e un mestolo. Quando fece per sollevare il mestolo per far bere Stone, l’arabo occidentalizzato afferrò l’attrezzo dalla sua mano e portò l’acqua fredda alle labbra di Stone, facendolo bere.

Dopo che Stone ebbe bevuto qualche sorso, il nuovo arrivato ripose il mestolo nel secchio, ma quando il giovane che lo aveva portato fece per prenderlo e portarlo via, quello gli ordinò di lasciar stare e andarsene. Tornò a guardare Stone, e la connessione tra i due fu ancora più evidente.

Con sorpresa di Stone, gli sollevò le piastrine che gli pendevano al collo. «Stone, Samuel J.,» lesse. Riportò lo sguardo triste negli occhi di Stone. «Un nome molto forte, Samuel Stone. Lo sai che non si fermeranno finché non gli dirai quello che vogliono sapere.»

«Se glielo dico, poi mi uccideranno.» La voce di Stone era ancora ruvida, ma almeno era comprensibile, non più solo un gracidio.

L’immensa tristezza che Stone percepì nei suoi occhi confermò quello che aveva appena detto. «Vorrei poterti aiutare, amico mio, ma ho le mani legate tanto quanto te.» E cosa strana Stone gli credette.

«Grazie. Ti credo.» In quel momento capì di essere spacciato.

«Forse… se fosse stato…» La sua voce si spense. Stone sapeva cosa stava pensando. Si stava chiedendo cosa ci sarebbe potuto essere tra di loro se non si fossero incontrati in quella situazione.

«Credo che mi sarebbe piaciuto,» finì mesto Stone, sapendo che non sarebbe mai potuto accadere.

L’uomo gli diede un altro lungo sorso d’acqua e un’occhiata d’infinita tristezza in un dialogo silenzioso. Poi scosse la testa in direzione dei suoi compagni, e si allontanò svelto dal cortile, era un uomo diverso da quello che era entrato nella corte poco prima.

Il bastardo omicida aveva una scintilla malefica negli occhi; Stone sapeva che era impaziente di ottenere le informazioni che volevano e avrebbe usato qualsiasi mezzo. La risolutezza di Stone di batterlo al suo stesso gioco divenne più forte ad ogni passo che quello faceva per avvicinarsi a lui. Stone promise a se stesso, non devo cedere, soprattutto non per quest’uomo.


Purchase this book or download sample versions for your ebook reader.
(Pages 1-21 show above.)