Excerpt for Dipingere il Cielo (Italian Edition) by , available in its entirety at Smashwords

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DIPINGERE IL CIELO





di



Lily G. Blunt

























Traduzione: Francesca Giraudo

Edizione italiana a cura di: Alessandra Magagnato

Informazioni sul libro che avete acquistato

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio e ogni somiglianza con persone reali, vive o morte, imprese commerciali, eventi o località è puramente casuale.



Cover Artist: Kellie Dennis at Book Cover by Design

Sito web: https://lilygblunt.wordpress.com/



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La lettura di questo libro è consigliata a un pubblico di soli adulti in quanto contiene scene di natura sessuale tra due o più uomini consenzienti.

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“Dipingere il cielo”

Copyright © 2017 Lily G. Blunt

Traduzione: Francesca Giraudo per “Quixote Translations”

Edizione italiana a cura di: Alessandra Magagnato

Tutti i diritti riservati





Tantissime grazie a Dalina per averlo letto in anteprima, Ywonne and Lauren le mie beta reader e a Tina e Ally dell’Editorial Services per l’editing finale.

I vostri commenti e suggerimenti sono stati molto preziosi e mi hanno aiutato a rendere la storia quella che è oggi.



L’autrice riconosce la proprietà dei seguenti marchi commerciali:



Starbucks: Starbucks Corporation

Mac: Apple Inc.

BMW: BMW of North America, LLC.

These Arms of Mine (Otis Redding): ©Otis Redding

Vincent (Don McLean): ©Don McLean

If I Can't Have You (Bee Gees): Barry, Robin & Maurice Gibb









PROLOGO

CAPITOLO 1

CAPITOLO 2

CAPITOLO 3

CAPITOLO 4

CAPITOLO 5

CAPITOLO 6

CAPITOLO 7

CAPITOLO 8

CAPITOLO 9

CAPITOLO 10

CAPITOLO 11

CAPITOLO 12

CAPITOLO 13

CAPITOLO 14

CAPITOLO 15

CAPITOLO 16

CAPITOLO 17

CAPITOLO 18

CAPITOLO 19

About the Author







~PROLOGO DI BEN~

La stella più luminosa

Di

Benjamin Penrose



C’erano una volta, in Inghilterra, due ragazzi che, dopo essersi incontrati, si innamorarono. Discutevano, si separavano per un po’, ma alla fine facevano pace e vivevano per sempre felici e contenti. Fine.

Cosa? Questo non è nient’altro che il riassunto di uno qualsiasi dei romanzi gay che leggo!

Beh, eccovi una storia vera. La mia storia… la nostra storia.

Lasciatemi però cominciare dall’inizio…



~PROLOGO DI VINNIE~



Ciao Theo,

Buon venticinquesimo compleanno! Te lo auguro.

Spero che ti piaccia questo biglietto di auguri che ho dipinto per te. È un mio autoritratto, nel caso non te ne fossi accorto.

Picasso style.

Non vedo l’ora di rivederti, la prossima settimana, visto che è passato un po’ di tempo.

Sei già riuscito a persuadere Finn ad accompagnarti? Mi ci voleva proprio il supporto di entrambi i miei fratelli, anche perché adesso sono un po’ nervoso! Tutti gli altri studenti avranno i loro amici e le loro famiglie accanto, durante l’esibizione. Non ho più rivisto Finn dalla festa di fidanzamento di Jade e Marc. Digli che dobbiamo bere un paio di drink insieme per il tuo compleanno e per festeggiare la mia laurea. Questo dovrebbe invogliarlo a venire.

Sarò felice quando finalmente avrò finito l’università una volta per tutte e, non si sa mai, magari sarò in grado di vendere un quadro o due. Scusami se questo biglietto è più corto del solito, ma ci vedremo sabato. Fammi sapere se hai prenotato una camera in albergo o se vuoi dormire sul mio pavimento.

Con affetto,

Vinnie. X

~CAPITOLO UNO~

Il palazzo dell’Università



Uscii dall’aula d’esame della Manchester University emettendo un sospiro di sollievo e mi diressi verso la caffetteria studentesca per mangiare qualcosa, visto che era ora di pranzo. Se il vocìo eccitato che avevo intorno era sinonimo di qualcosa, anche gli altri studenti stavano pensando che l’esame fosse stato un gioco da ragazzi. Sorrisi alle loro urla e agli applausi, e in silenzio ringraziai il nostro professore per averci preparato così bene. Avevo solo un altro esame la mattina seguente e, sapendo di essere pronto per sostenerlo, decisi di rilassarmi per il resto del pomeriggio, optando per dare un’ultima ripassata più tardi quella sera.

Essendo una bellissima giornata di sole, come succedeva di solito in Inghilterra durante la settimana degli esami, il grande prato davanti al vecchio palazzo dell’Università era gremito di studenti, intenti a rilassarsi. Alcuni erano distesi sull’erba in coppie o gruppi, altri si erano riuniti attorno ai tavoli da picnic. La febbre da fine semestre ronzava come uno sciame d’api nell’aria. Sarei stato il benvenuto se avessi voluto unirmi a molti dei gruppetti ma, come al solito, optai per starmene per conto mio. Forse era per la differenza di età, visto che avevo due anni in più della maggior parte degli altri studenti, o forse era perché non ero mai riuscito ad amalgamarmi con la gente, fin da quando avevo iniziato a studiare lì. Ero un solitario per natura. L’unico momento nel quale cercavo degli approcci significativi con qualcuno, era quando ero in cerca di un pompino, in uno dei gay club, il sabato sera. Anche in quel caso, però, di solito finiva tutto con un grazie e con me che mi allontanavo da quella che poteva diventare una potenziale relazione.

Prima di raggiungere la caffetteria, però, mi fermai di botto quando notai la familiare figura solitaria seduta su una delle panche da picnic più lontane, con i suoi colori e tele sparsi davanti a sé. Guardai il ragazzo biondo sciacquare il pennello nel barattolo d’acqua, mentre con la lingua si accarezzava il labbro inferiore, osservando nel frattempo la costruzione in mattoni rossi.

Non era la prima volta che posavo gli occhi su di lui. Avevo già visto quella bellezza in giro per l’università, molte volte prima di allora. Sempre da solo e, nella maggior parte dei casi, intento a disegnare la scena che aveva davanti agli occhi. Non ero mai riuscito ad attirare la sua attenzione, né tanto meno avevo avuto il coraggio di approcciarlo. Nonostante tutta la spavalderia che mostravo all’esterno, non volevo rendermi ridicolo, subendo un rifiuto. L’artista, sempre assorto in quello che stava facendo, non alzava mai lo sguardo e anche se io lo speravo, ogni volta che gli passavo accanto, non mi aveva mai notato.

Negli ultimi tre anni, per una ragione o per l’altra, i nostri cammini non si erano mai incrociati durante la vita sociale e ormai l’ultimo anno era quasi finito. I corsi si sarebbero conclusi da lì a due settimane per via della pausa estiva ed entrambi saremo andati per strade separate. O gli parlavo subito oppure, molto probabilmente, non avrei mai più avuto un’altra occasione. Ora o mai più.

Tralasciando la fiducia in me stesso, di solito abbondante, mi trattenni cercando di decidere il giusto approccio, in modo da non incasinare quella che sarebbe stata la mia sola e unica opportunità con lui. In piedi, all’ombra di una grande quercia, lo osservai da una sicura distanza, chiedendomi se la mia intrusione sarebbe stata bene accetta. Mi era sempre sembrato un solitario, quasi disdegnasse qualsiasi tipo di compagnia, il che mi faceva pensare che avrebbe potuto fare lo stesso con me. Provai disgusto quando realizzai che stavo descrivendo me stesso. Forse, dopotutto, avremmo avuto molte cose in comune. Dovevo solo mostragli che volevo parlare con lui.

Non appena il tavolo da picnic accanto al pittore divenne disponibile, mi precipitai per rivendicarlo. Anche se non ci ero mai riuscito finora, speravo di catturare la sua attenzione facendo deliberatamente molto rumore, mentre mi sedevo e gettavo il mio zaino sulla panca. Il ragazzo, a malapena guardò nella mia direzione. I nostri occhi si agganciarono per un paio di secondi, prima che lui li voltasse di nuovo sul suo dipinto. Mi chinai e iniziai a frugare nello zaino in cerca della bottiglietta d’acqua, in modo da placare la mia sete improvvisa dovuta dall’ansia.

Non ero mai stato rifiutato in un nightclub, nemmeno una volta da che mi ricordassi, ma questa volta era una situazione del tutto diversa, e avrebbe potuto diventare benissimo il mio primo rifiuto. Tergiversai ancora un po’ giocherellando nervosamente con la cerniera dello zaino e bevendo sorsate inutili del liquido ormai tiepido. E se quel ragazzo fosse stato etero o fidanzato? E se non fosse interessato a me?

Dalla mia posizione riuscivo a vedere bene non solo lui, ma anche ciò che stava dipingendo. Aveva certamente del talento, perché gli acquerelli miscelati sulla sua tavolozza venivano usati con cognizione di causa. Anche se quel quadro mi stava affascinando, il suo creatore catturava molto di più il mio interesse. Quando inclinò la testa di lato, i suoi capelli colore del grano gli scivolarono su una guancia, e il riflesso del sole li fece sembrare onde di seta; fu in quel preciso istante che iniziai a scrivere le prime righe di questa nuova storia nella mia testa. Aveva il labbro superiore pizzicato delicatamente in mezzo ai denti per la concentrazione, ed era così assorto che sembrava del tutto ignaro di ciò che lo circondava, me compreso.

Negli ultimi mesi avevo fatto qualche domanda in giro agli altri studenti della mia classe e, a parte scoprire che era un pittore solitario, non ero riuscito a sapere niente altro. Anche quando lo avevo indicato direttamente, nessuno era stato in grado di dirmi il suo nome o da dove venisse. Nessuno di loro frequentava le sue stesse classi, mentre altri mi avevano detto di averlo visto con un paio di ragazzi in qualche occasione, ma nulla più.

Era più basso di me, ma aveva un bel fisico costruito. Fissai le sue cosce muscolose che riempivano i jeans, il tessuto teso per via della posizione. Indossava una maglietta grigia sbiadita, con delle scritte indecifrabili e un qualcosa di artistico, Picasso o forse Dalì. Peli biondi gli ricoprivano le braccia abbronzate, conseguenza dello stare seduto al sole di mezzogiorno per ore, almeno così credevo. Il suo mento arrotondato aveva una barbetta bionda e mi chiesi quale sensazione avrei provato nel sentire la sua barba sulla mia pelle, nel caso ci fossimo baciati, o mentre le sue labbra scendevano lungo il mio torace. Rabbrividii arrapato e per poco non gemetti.

Un altro movimento della testa mi segnalò che l’artista aveva spostato la sua attenzione sul palazzo. Decisi di non allontanarmi da lui, ingoiai la mia ansia e mi passai nervosamente le mani nei capelli. Finalmente i nostri occhi si incontrarono e nessuno dei due provò a distogliere lo sguardo. Grandi occhi grigio blu si fissarono su di me e la tristezza che emanavano mi fece quasi sussultare. Mi chiesi se fosse troppo solo. Lentamente, le mie labbra formarono un sorriso gentile, e ne ricevetti anch’io uno in cambio. Per un istante i suoi occhi si illuminarono, trasmettendomi un brivido benaccetto sulla mia pelle bollente. Spostammo entrambi lo sguardo sul suo quadro, ma poi lo riportammo ognuno sull’altro.

Raccolsi tutto il mio coraggio e, non avendo più paura di essere rifiutato, visto quel luccichio magico nei suoi occhi, mi alzai e mi incamminai verso di lui, mantenendo lo sguardo sulla tela. Mi concessi il tempo sufficiente per ammirare il suo lavoro prima di dire qualsiasi cosa.

«Hai catturato il colore della pietra in modo egregio.» Sperai che fosse un commento abbastanza intelligente e che non desse l’impressione di essere ostentato. «Mi piace anche molto il modo in cui hai sfumato i bordi di quelle nuvole.» Guardai il cielo e il disegno per poter fare una comparazione, aspettando una risposta o almeno un segno che aveva capito.

Il ragazzo annuì pensieroso e, scrutando il suo lavoro, sembrò valutarlo anche lui.

«Grazie.» La sua voce era timida e gentile. «Non l’ho ancora finito.»

«Ti dispiace se ti guardo dipingere ancora per un po’?»

«No, fai pure.» Le sue guance arrossirono.

Camminai attorno al tavolo da picnic e mi sedetti accanto a lui. «Sono Benjamin, ma preferisco Ben.»

«Vinnie.» Un sorriso illuminò ancora il suo viso, e mi colpì la consapevolezza di quanto fosse bello quando sorrideva. Dopo aver risciacquato il pennello nell’acqua sporca, lo intinse nel verde per dipingere quella che era l’erba davanti al palazzo. «O Vincent, se proprio vuoi.»

«Come Vincent Van Gogh?» risi compiaciuto, perché non solo ero riuscito a sapere il suo nome, ma gli avevo anche mostrato che conoscevo qualcosa del mondo dell’arte.

«Sì, ci hai preso. I miei genitori amavano il suo lavoro tanto che avevano appeso delle sue stampe sulle pareti di casa nostra e anche loro amavano dipingere seguendo il suo stile.» Picchiettò poi una sfumatura di verde più scuro in primo piano con un pennello più sottile, per dare un po’ più di consistenza. Il suo sorriso svanì e mi chiesi se la tristezza che percepivo in lui era per via dei suoi genitori.

Volevo mantenere la conversazione attiva, così aggiunsi: «Studi Arte? O è solo un hobby?»

«Mi sono laureato in Arte e ormai ho quasi finito. Domani pomeriggio avrò la valutazione finale del mio portfolio, poi la sera ci sarà la mostra per le famiglie e gli amici che durerà fino a sabato e poi qui avrò chiuso per sempre. Tre anni fatti e finiti, se Dio vuole.»

All’inizio la sua voce aveva trasudato entusiasmo, per poi diventare trepidante. Mi chiesi se fosse preoccupato per la mostra, oppure se stava per intraprendere una nuova fase della sua vita. In quel caso potevo capirlo.

Indicai il lavoro davanti a lui. «Questo allora non farà parte della mostra?»

Scosse il capo. «No, ho già dipinto questo scenario molte volte prima d’ora. Quello che verrà esposto è fatto con i colori acrilici sullo stile degli ultimi lavori di Van Gogh.» Annuii come se avessi capito ciò a cui alludeva.

Osservai Vinnie applicare altro colore per completare i dettagli più piccoli del suo quadro. Era veramente bello. Anche se il palazzo aveva una valenza storica, il soggetto di per sé non era di particolare ispirazione, almeno per me. Evidentemente, però, doveva essere stato attratto da qualche particolare, visto che lo aveva dipinto altre volte prima di allora. O forse era solo un posto comodo e piacevole per sedersi e dipingere.

«La bravura sta nel sapere quando smettere, soprattutto quando si usano gli acquerelli. Se non altro, con i colori a olio puoi sempre farli asciugare e poi aggiungercene un altro po’, se si vuole cambiare o migliorare qualcosa.» Risciacquò il barattolo e i pennelli con dell’acqua pulita e li asciugò con della carta assorbente.

Quando realizzai che stava mettendo via le sue cose, mi feci venire in mente qualcosa per poterlo trattenere ancora un po’. «Cosa pensi di fare adesso che hai finito l’università?»

Vinnie si fermò. «Lavoro già part-time in un negozio che vende attrezzatura per dipingere che si trova lungo il fiume che costeggia Bridge Street. Hai presente quello che ha la galleria d’arte e il bar attigui?» Annuii, perché lo conoscevo. «Durante l’estate ci lavoro a tempo pieno e mi divido tra il negozio e le ore in cui insegno arte ai bambini.»

Mio padre possedeva un’attività rivale dall’altra parte della città, insieme ad altri dodici negozi, sparsi nelle cittadine vicine e non era il caso di menzionargli che stava facendo di tutto per fare uscire il suo datore di lavoro dal mercato. Se solo lo avessi conosciuto prima, forse avrei potuto farlo assumere per un lavoro estivo in uno dei nostri negozi. «Non torni a casa dei tuoi genitori, allora?» Non appena quelle parole mi uscirono di bocca, rimpiansi subito la mia superficialità. Vinnie infatti abbassò subito lo sguardo e riprese a impacchettare le sue cose.

«No, per ora rimango qui. Ho pagato l’affitto del mio monolocale per i prossimi due mesi e mio fratello vive vicino a St. Helens.» Non menzionò i suoi genitori. «E che mi dici di te?»

Risi imbarazzato. «Mia madre insiste ancora perché facciamo le vacanze tutti insieme, nonostante io abbia ventitré anni. Così il mese prossimo andrò in Toscana con i miei genitori e mio fratello, per tre settimane. E poi mi sa che dovrò aiutare mio padre nel lavoro di famiglia. Non ne sono ancora sicuro, però.»

«Ventitré?» domandò Vinnie. «Anche io mi sono preso due anni sabbatici prima di iniziare l’università.»

Sorrisi, realizzando che eravamo coetanei. «In quel periodo ho lavorato per mettere da parti i soldi per pagarmi i tutor, anche perché non volevo avere un debito studentesco troppo alto, quando avessi finito.»

Io invece non mi ero mai dovuto preoccupare di pagarmi il tutor o qualsiasi altra cosa. Mio padre provvedeva a tutto quello che mi serviva e non era la prima volta che mi sentivo in colpa per questo. «Ho viaggiato per diciotto mesi in giro per l'Europa, prima di decidere cosa volessi fare, e poi ho aiutato mio padre nel suo lavoro finché non ho iniziato a frequentare questa Università.»

Vinnie aggrottò la fronte. Aveva sistemato tutte le sue cose nello zaino ed era pronto ad andare, ma rimase seduto, il che era un buon segno. La tela si trovava sul tavolo da picnic e si stava asciugando al sole. «Allora qual è il tuo corso di laurea?» Sembrava che fosse seriamente interessato.

«Letteratura inglese e musica.»

Vinnie annuì, increspando le labbra mentre pensava alla domanda successiva. «Quale strumento suoni?»

Sorrisi felice, vedendo che voleva scoprire qualcosa di più su di me, mostrando il suo interesse nel conoscermi. «Pianoforte, violino, chitarra… E i cucchiai.» Provai a scherzare sperando di ricevere un altro sorriso da parte sua.

Vinnie aggrottò le sopracciglia per un attimo ma poi si mise a ridere insieme a me, battendo a ritmo le mani sulle cosce come se stesse suonando dei cucchiai invisibili, poi mi chiese: «E quale carriera ti piacerebbe davvero seguire?»

Alzai le spalle. «A essere onesto, non ne sono ancora sicuro. Mio padre vorrebbe che seguissi le sue orme, ma a me piace scrivere. Credo che potrei fare entrambe le cose.»

«Tu scrivi?»

«Sì, narrativa, romanzi gay e fantasy quando ho del tempo libero. O almeno ci provo.» Mi piacque il fatto che Vinnie non sbiancasse alla parola gay e in effetti i suoi occhi si illuminarono, quando pronunciai quella parola. «Ne ho moltissimi scritti solo per metà, e devo trovare il tempo per editarli e finirli, almeno i migliori. Non che poi qualcuno sia interessato a leggere quello che scrivo.»

«Dovresti inviarli a una casa editrice, non si sa mai.» Aveva davvero gli occhi più belli che avessi mai visto. Blu, anche se non blu del tutto, perché avevano una sfumatura di grigio scuro.

«Di quale colore diresti che siano i tuoi occhi?» Rabbrividii quando mi resi conto che gli avevo davvero fatto quella domanda.

Arrossì, distogliendo lo sguardo da me e iniziò a frugare nello zaino in cerca della scatola dei colori. Le sue dita esili tirarono fuori un tubetto, il cui cappuccio era di un colore simile a quello dei suoi occhi.

«Azzurro mare, penso. Un mix di blu pallido e grigio,» suggerì, mostrandomi il nome sull'etichetta.

Presi il tubetto e osservai il colore. Guardai i suoi occhi e sorrisi, prima di ridarglielo. «Sì, sembrano proprio loro.»

Rimise a posto il colore, e tirò fuori una busta, poi si alzò. «Parlando di scrivere, devo imbucare questa lettera per mio fratello in modo che gli arrivi entro domani. È il suo compleanno.»

«Non hai mai sentito parlare del telefono o dell'e-mail?»

«Non ho né un cellulare né un computer.» Arrossì. «Tutti i miei soldi vanno nell'attrezzatura per dipingere, per l'affitto e per il cibo. Non ho mai voluto avere debiti o dover restituire dei soldi a qualcuno.»

Alzai un sopracciglio sorpreso. Non riuscivo a immaginare la mia vita senza il cellulare, il Mac o nessuno di tutti i lussi che mi aveva concesso mio padre negli ultimi tre anni. La maggior parte degli studenti che conoscevo aveva più o meno degli strumenti moderni, e cavolo, a quel punto non avrei nemmeno potuto chiedergli il numero di telefono per rimanere in contatto.

«E poi a me piace scrivere. Alcune volte gli allego anche un disegno fatto apposta per lui.»

Si mise lo zaino sulle spalle.

«Buona fortuna per la valutazione e per la mostra della prossima settimana.»

«Grazie.»

Fece per andarsene, ma poi si fermò. «Potresti sempre passare alla mostra sabato sera, se volessi vedere qualcosa di più dei miei lavori,» si offrì Vinnie, anche se il dubbio era chiaro nel suo timbro di voce. «Mi piace contare su tutto il supporto che posso avere. La mostra si terrà nel dipartimento di arte. Ci sono poster sparsi ovunque in Università con tutti i dettagli.»

Anche se dentro di me stavo esultando, cercai di mantenere uno sguardo serio. «Potrei anche venire.»

«L'ingresso è gratuito,» aggiunse sorridendo.

Come se quella cosa avesse potuto fare differenza per me. «Allora spero di vederti là,» gli sorrisi di rimando.

«Ci vediamo,» disse prima di andarsene.

Rimasi seduto lì e lo guardai andare via finché scomparve dalla mia vista, apprezzando in modo lussurioso il suo lato B. I jeans gli aderivano ai fianchi stretti e il mio uccello si contrasse al solo pensiero di vedere quel culo nudo.

Mi trattenni per un’altra decina di minuti, crogiolandomi al sole del tardo pomeriggio. Avrei voluto tirare un pugno in aria, perché alla fine ero riuscito a parlare con lui. Sabato sera non sarebbe mai arrivato tanto presto e, anche se non si trattava di un appuntamento nel senso stretto del termine, speravo che avrebbe potuto condurre a uno vero.

Qualcosa che non avevo più avuto da lungo tempo. L'idea di portare Vinnie in vacanza in Italia con noi mi passò per la testa e avrei potuto anche convincere facilmente i miei. Risi di me stesso, perché prima di tutto avrei dovuto concentrarmi sul riuscire a ottenere un appuntamento. L'idea di dividere la mia camera d’albergo con lui per tre settimane mi stava facendo sorridere da un orecchio all'altro, finché non mi ricordai che lui aveva un lavoro estivo.

Presi un panino da uno dei bar sulla strada, mentre mi dirigevo verso il mio appartamento, realizzando solo in quel momento che mi ero dimenticato di pranzare. Quel pomeriggio sul tardi, ancora al settimo cielo, tirai fuori i miei appunti su Shakespeare e Jane Austen, ma dopo averli letti per un'ora, rinunciai. Tutto ciò a cui riuscivo a pensare era Vinnie, al suo disegno, e alla conversazione che avevamo avuto quel pomeriggio. Decisi così di fare qualcosa di totalmente diverso. Accesi il Mac, aprii una pagina bianca ed eccitato iniziai a scrivere una nuova storia. Ero così ispirato che tre ore dopo stavo ancora digitando e realizzai che avevo di nuovo fame. Mi feci una omelette al formaggio prima di ritornare a scrivere, andando poi a dormire attorno alla mezzanotte.

Qual era il personaggio principale della mia nuova storia?

Vinnie, ovviamente.

~CAPITOLO 2~

La mostra d’arte



Mi alzai con la mia solita erezione mattutina. Ero andato a letto pensando a Vinnie, e fu lui il primo pensiero che ebbi non appena mi svegliai, il mattino successivo. Senza dubbio il mio cervello aveva continuato a lavorare al nuovo romanzo, anche mentre dormivo, facendo sì che mi svegliassi più arrapato del solito. Anche se ero molto tentato di masturbarmi, decisi che avrei aspettato fino a sera, quando sarei andato al mio gay club preferito, per festeggiare la fine della dell'Università. Avrei voluto continuare a pensare al mio nuovo romanzo, a Vinnie e alla mia erezione, ma avevo bisogno di concentrarmi sul mio ultimo esame di inglese, che sarebbe iniziato due ore dopo.

Mi trascinai fuori dal letto matrimoniale e rapidamente lo riassettai, sistemando il piumino, i cuscini e spegnendo la luce sul comodino che avevo lasciata accesa per tutta la notte, prima di entrare in bagno per farmi la doccia. Il mio cervello, che era una massa confusa di estratti di Shakespeare e di personaggi che avevo pensato nei mesi precedenti, si rifiutava di calmarsi mentre cercavo di memorizzare di nuovo i miei appunti. L'acqua calda alleviò il fastidio alle spalle doloranti e sciolse i nodi, dovuti alla tensione nervosa, che mi si erano formati nel collo. Portai avanti la mia routine mattutina come avvolto nella nebbia e cercai di ripassare le citazioni, in un ultimo tentativo di rassicurarmi che rimanessero nel mio cervello per le prossime ore.

Scelsi degli abiti leggeri e comodi da indossare, prendendoli dal mio ampio guardaroba e mi vestii davanti allo specchio a figura intera. Dopo essermi sistemato i capelli secondo la moda, usando del gel, mi infilai l’orecchino d'oro al lobo e ammirai il risultato finale con un sorriso. Il pensiero di scontrarmi con Vinnie mi fece sorridere ancora di più.

Non mi preoccupai di prepararmi la colazione, ma afferrai le chiavi della macchina, il mio cellulare, e alcune biro dalla mia scrivania, e mi diressi al drive-in dello Starbucks che era sulla strada verso il campus, in modo da poter prendere qualcosa da mangiare.

Mancavano ancora quindici minuti prima che iniziasse l'esame, così mangiai il muffin ai mirtilli e bevvi il mio caffè, su una delle panche da picnic dove mi ero seduto con Vinnie il giorno precedente, guardandomi costantemente intorno nella speranza di riuscire a vederlo. Rimasi però deluso.

Sospirai di sollievo quando iniziai a leggere le domande dell'esame. Sarei stato in grado di rispondere in modo adeguato almeno a tre dei quesiti. Quello che invece trovai difficile fu concentrare la mia mente nello scrivere il saggio, perché ero sempre più distratto dall'idea del mio nuovo romanzo e dall'immagine di Vinnie mentre disegnava al sole.

Terminate le tre ore che ci erano state assegnate per l'esame, e dopo aver consegnato il mio compito, lasciai la stanza euforico e sicuro che sarei riuscito a ottenere un ottimo risultato. Le molte ore di studio, che avevo passato da solo nel mio appartamento o in biblioteca, mi avrebbero assicurato il successo, a prescindere dalle domande.

Il resto della mia vita sarebbe iniziato da quel momento. Ero sul punto di intraprendere qualcosa di meraviglioso, qualcosa di nuovo e mi sentivo strano, come se qualcosa di grande stesse per accadere. Notai il poster con la pubblicità della mostra d’arte di Vinnie su un tabellone e in quel momento mi chiesi se le due cose potessero essere collegate in qualche modo. Avrebbe potuto Vinnie diventare parte del mio futuro e, cosa ancora più importante, avrei potuto essere io parte del suo?

Siccome avevo parecchio tempo a disposizione, decisi di andare a controllare la sala in cui si sarebbe tenuta la mostra, così avrei saputo dove andare la sera seguente. Era pur vero che quella mia esplorazione era stata intrapresa nella speranza di intravedere Vinnie intento a preparare la sua mostra.

Purtroppo la stanza era chiusa a chiave e non c'era nessun segno che ci fosse qualcuno dentro. Quando sbirciai attraverso la finestra della porta, vidi una serie di dipinti e di sculture. Tutto era pronto per gli esaminatori. Non c'era nessuno né vi era la necessità che ci fossero anche gli studenti presenti.

Dopo aver pranzato all'aperto e bevuto un cappuccino al mio bar preferito tornai nel mio appartamento e passai le due ore successive a scrivere freneticamente. Le parole del romanzo mi uscivano fluide, mentre immaginavo una trama romantica tra me e Vinnie. Quando arrivai alle scene d'amore, mi eccitai al pensiero di noi due nella doccia, mentre prendevo Vinnie contro il muro, e lui mi supplicava di dargli di più. Oppure nella camera da letto con Vinnie che si muoveva sopra di me, mi baciava e adorava il mio corpo. Era pura fantasia, ma speravo che sarebbe potuta diventare realtà.

Mangiai in fretta una zuppa di verdure, accompagnata da pane tostato su cui avevo spalmato del formaggio, poi mi feci una doccia e mi preparai per la serata. Avevo aspettato con ansia la mia visita al quartiere gay per tutto il giorno e il venerdì sera di solito si riusciva a rimorchiare bene, almeno quasi quanto il sabato. Ero ancora arrapato per ciò che avevo scritto durante il pomeriggio, per i pensieri lussuriosi che avevo avuto su Vinnie ed ero certo che sarei stato in grado di trovare almeno un ragazzo decente per dare un po' di tregua alle mie palle, che continuavano a farmi male. Uscii dal mio appartamento in cerca di un po' di sollievo. Speravo che la sera successiva, dopo la mostra, sarei stato in grado di offrire da bere a Vinnie, ma per il momento volevo solo abbordare un ragazzo qualunque. Nineveh City era abbastanza affollata, piena di un mix di studenti che celebrava la fine del semestre e di uomini un po' più grandi, in cerca di una scopata. Dopo aver controllato il mio riflesso nello specchio dietro il bancone del bar, mi voltai a guardare la folla, mentre sorseggiavo la mia birra, e i miei occhi furono attratti dai ragazzi dai capelli chiari sparsi in tutto il club anche se nessuno si adattava a ciò che stavo cercando. Alla fine mi soffermai su una figura attraente e solitaria, che stava ballando appena fuori dalla pista da ballo, al ritmo della musica a tutto volume. Mi sbottonai i primi bottoni della camicia, puntai lo sguardo sul mio premio e mi incamminai verso di lui.

«Vinnie?» domandai fiducioso, anche se dentro di me sapevo che non era lui. Nonostante ci fossero delle luci rosse, verdi e blu che pulsavano al ritmo della musica, ero riuscito a vedere che quel ragazzo aveva gli occhi marrone scuro. Cercai di nascondere il mio disappunto, mi avvicinai e iniziai a muovermi con sensualità contro il suo corpo, facendo sì che i nostri fianchi si incontrassero. Sorrisi quando sentii l’erezione di quel ragazzo crescergli dentro ai jeans, compiaciuto di essere riuscito a farlo diventare duro in così poco tempo. Iniziammo a strusciarci l’uno contro l’altro, mentre ballavamo. Ci dicemmo solo un paio di parole e senza nemmeno scambiarci i nomi ci spostammo verso la più popolare back room, illuminata da luci azzurre. Il biondino si inginocchiò davanti a me non appena entrati, mi abbassò la cerniera dei pantaloni e mi prese l’uccello in bocca senza dire altro. Proprio come piaceva a me. Abbassai lo sguardo sui suoi capelli e guardandolo andare su e giù lungo la mia erezione mi immaginai un altro biondo intento a farmi la stessa cosa. I suoni che emettevano gli altri uomini accanto a me e l’idea che fosse Vinnie a farmi il pompino, mi portarono molto vicino all’orgasmo. Ero stato in quella stanza molte volte negli ultimi anni, ma quella sera mi sembrava sbagliato. Cosa avrebbe pensato Vinnie se mi avesse visto lì con un ragazzo che non conoscevo, inginocchiato davanti a me intento a darmi piacere?

«Scusa amico.» Mi tirai fuori dalla sua bocca e mi chiusi la cerniera dei pantaloni.

«Ehi, cos’ho fatto che non va?» Sul suo volto il senso di rifiuto era ben visibile mentre mi allontanavo da lui.

«Niente, devo andare.» O Vinnie o nessun altro. Piuttosto avrei usato la mano.

Mi incamminai a passo spedito verso il bagno degli uomini e dopo aver trovato un cubicolo vuoto, mi ci chiusi dentro. Mi tirai fuori l’uccello e mi masturbai. Chiusi gli occhi in modo da immaginare con più facilità che Vinnie fosse lì con me e dopo poco venni, con fiotti di sperma che si posarono sulla mia mano e sul pavimento.

Dopo essermi pulito, tornai verso il bar per bere qualcosa di fresco. Continuai a guardare la folla in cerca di ragazzi biondi, ma dopo venti minuti di inutili ricerche, decisi che era ora di tornare a casa. Se non avessi trovato Vinnie, allora non volevo perdere tempo con nessun altro. Uscii dal club e presi fiato nell’aria fresca della notte, mentre aspettavo un taxi. Mezz’ora dopo ero già nel mio appartamento.

Dopo essermi versato un paio di dita di liquore, mi misi a sedere sulla poltrona in pelle e guardai, attraverso la finestra panoramica, il cielo notturno costellato di stelle luminose. Non mi ero mai sentito così solo in tutta la mia vita e anche se avevo appena avuto l’occasione di starmene con un ragazzo sconosciuto, non vedevo l’ora di incontrare Vinnie il giorno dopo. Avrei voluto avere un migliore amico, qualcuno con cui parlare e con cui condividere la mia vita oltre che il letto. Gli incontri di una sola notte stavano perdendo tutto il loro fascino, ma restarmene sempre da solo non era niente affatto bello. Avevo bevuto troppo per continuare a scrivere di Vinnie, quindi rimasi lì, a pensare a lui, e mano a mano che le ore passavano le mie palpebre diventavano sempre più pesanti.

Mi svegliai con il collo tutto incriccato, e mi trascinai verso il letto, spogliandomi e stendendomi sul materasso vuoto, con addosso solo le mutande. Scivolai nel sonno con la luce accesa.

Sabato pomeriggio passai il tempo scrivendo, interrompendomi ogni tanto per il bisogno di suonare il mio violino. Non solo stavo scrivendo un romanzo nuovo, stavo anche componendo della musica. Mi sentivo ispirato a più di un livello, e il solo pensiero di passare la serata in compagnia di Vinnie, mi portò a farmi delle domande sulla mia ritrovata creatività. Come l’imperatore Nerone, suonai al di sopra della città, ma anziché di fiamme, le vie erano colme di turisti e di chi aspettava il sabato per fare delle compere. In giornate come quella, ero felice di abitare al settimo piano di un lussuoso complesso di appartamenti. Ero abbastanza in alto da non sentire il ronzio della gente che passeggiava sotto di me. Aprii la porta che dava sul terrazzo e rimasi in piedi nell’enorme balcone. Respirai l’aria fresca e osservai l’orizzonte distante, concentrandomi poi sugli edifici dell’Università. In meno di tre ore sarei stato lì con Vinnie e il mio cuore si mise a battere più veloce al solo pensiero.

Per la prima volta in vita mia, mi dispiaceva di avere così tanti vestiti tra cui scegliere e, alla fine, dopo essermi cambiato molte volte, scelsi un look casual. In fin dei conti era sempre un incontro tra studenti e mettermi un abito sarebbe stato un po’ eccessivo. Siccome era stata una giornata calda e umida, misi una camicia blu scuro con le maniche corte, che si intonava ai pantaloni indaco. Passai più tempo del solito a sistemarmi i capelli, usando anche il phon per dare un po’ di volume e aggiunsi anche un po’ di cera per assicurarmi la tenuta. Non indossai molti gioielli, la mia catenina con San Cristoforo e il mio orologio preferito.

Ero già accaldato quando trovai un posto dove parcheggiare la mia BMW, dopodiché mi diressi verso il dipartimento di Arte. Gocce di sudore mi scivolavano lungo la schiena, così decisi di muovere un po’ la camicia perché l’aria potesse arrivarmi fin sulla mia pelle umida. Mentre salivo le scale, il mio stomaco iniziò a fare le capriole a causa della tensione nervosa. Il grande studio era gremito di un mix di persone di ogni età, riuniti in piccoli gruppi attorno a quadri o sculture presenti nella mostra. Appena oltrepassata la porta, presi un bicchiere di Buck’s Fizz da un cameriere con in mano un vassoio. Lo bevvi in due sorsate, appoggiai il bicchiere vuoto su un vassoio di passaggio e ne presi un altro senza pensarci due volte.


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